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di Mario Segni info@ilpatto.it
Voglio esprimere un plauso sincero al cardinal Bertone per le parole dette sulla cosiddetta rivolta degli immigrati: “C’è un grave problema che riguarda le condizioni di lavoro degli extracomunitari”. Ha ragione, ha pienamente ragione! Il fatto veramente scandaloso di questa triste vicenda è lo sfruttamento inumano di migliaia di extracomunitari.
Ricapitoliamo i fatti. A Rosarno arrivano ogni anno duemila extracomunitari per la raccolta dei mandarini. Lavorano in nero, lo stipendio è una miseria, vivono in situazioni inumane. Qualcosa li spinge alla rivolta: incendiano macchine, sfasciano vetrine. Il giorno dopo nasce una controrivolta, con cacce all’uomo spietate, in cui si riversa tutto o quasi il paese. Cose terribili, e chiunque abbia usato violenza, da una parte e dall’altra, deve essere punito. Ma diciamo la verità, è una guerra tra poveri, anzi è una guerra tra disperati. Gli africani spinti dalla miseria e dalla condizioni disumane; gli altri dalla disoccupazione, dall’abbandono.
Ma c’è qualcuno che non è stato spinto né dalla miseria né dalla disoccupazione: sono tutti quelli che sfruttano gli africani con stipendi di fame e condizioni inenarrabili. Molto spesso non si sono limitati ad approfittare della manodopera a costo misero: la hanno creata, favorita. Il “Corriere” di oggi parla di organizzazioni che hanno attirato gli extracomunitari con false promesse per creare una massa di lavoratori disperati e senza difesa. E non sempre si tratta di mafia o n’drangheta.
Ma è tanto difficile colpire questo? E’ “vox pubblica” che da anni, soprattutto nel sud, le grandi raccolte, dal pomodoro agli agrumi, vengano fatte così, che vi lavorino decine di migliaia di persone: e’ un fenomeno palese, non occulto. E’ impossibile combatterlo? O è legittimo il sospetto che si chiuda un occhio (o forse tutti e due) perché in fondo va bene a tutti, ai proprietari perché la raccolta si fa a buon prezzo, alla politica perché si scarica sui negri la crisi dell’agricoltura, qualche volta anche ai locali perché si tratta di lavori che non si vogliono più fare. C’è solo una categoria cui non va bene: gli sfruttati. Extracomunitari, sì, ma uomini come noi.
Ministro Maroni, lei ha detto che ci vuole più severità con gli immigrati. Probabilmente ha ragione. Ma non le sembra che prima di tutto ci voglia severità e giustizia con gli sfruttatori?
Mario Segni
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| ''C'erano una volta le primarie...'' |
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di Mario Segni info@ilpatto.it
"C'erano una volta le primarie. C'era un partito, che si chiamava partito democratico, che si era definito partito delle primarie, e che aveva solennemente dichiarato che le avrebbe fatte sempre, per il sindaco del più piccolo comunello e per la scelta del premier”. Ma quando Bersani diventò segretario del partito se ne dimenticò....Così, fra qualche decennio qualcuno, ammesso che se ne ricordi, potrebbe raccontare la storia di questi anni.
Perchè è vero che i quattro milioni di votanti alle primarie furono dichiarati una svolta storica, e forse lo sarebbero state se qualcuno non avesse buttato dalla finestra quei quattro milioni di schede.
E' vero che cinque anni fa furono fatte per le scorse regionali, e proprio grazie alle primarie Vendola vinse inaspettatamente per la candidatura e per la presidenza.
Ed è verissimo che solo due mesi fa l'elezione di Bersani col 60% di voti alle primarie fu salutata come un grandissimo segnale di democrazia, il segno di un partito aperto, non come quello del bieco Berlusconi che decide tutto dall'alto.
Ma adesso che ci sono le regionali le primarie sono state abolite?
Persino nella metà delle regioni in cui il PD non sa che pesci pigliare?
persino in Puglia dove Vendola, che aveva vinto le primarie di coalizione, viene defenestrato dal PD senza nemmeno consultare la base?
Che vergogna!
Spero che Vendola si ribelli e se non ottiene le primarie si candidi lo stesso anche a costo di far perdere la sua attuale maggioranza.
Caro Bersani, dammi retta: il centralismo democratico non è roba per te.
Capisco che in fondo al cuore ne abbiate un po’ di nostalgia, la storia è quella e non si cancella facilmente.
Ma ci vuole ben altro! Lascialo fare a Berlusconi, l'unico in grado di farlo e di vincerci sopra.
Se voi volete vincere avete solo la strada americana.
Guarda i democratici: hanno preso botte per decenni, poi hanno trovato Obama e stanno cambiando l'America.
Tu preferisci la alleanza con Casini? Chissà... Sì, forse becchereste qualche assessore in più.
Ma è difficile scaldare i cuori per fare Cuffaro ministro….
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| SI': IL POSSIBILE CONTRO IL PROBABILE |
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Ci siamo.
Ormai manca poco meno di una settimana ai referendum promossi dal comitato Guzzetta-Segni nei confronti della legge elettorale denominata dagli stessi inventori "porcata".
E' probabile che un'altra occasione per rimettere in movimento la situazione politica venga persa. E' probabile che anche stavolta non si riesca a dare una spinta decisa verso il superamento di questa eterna transizione alla II repubblica. E' probabile perché l'ostacolo del quorum è difficilmente superabile nel momento in cui alla crisi dell'istituto referendario, innescata da chi detiene il potere, si aggiunge la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche, sfiducia che non distingue tra chi detiene il potere e chi lo sfida.
Il corpo elettorale ammonta a circa 50.342.000 di persone, per cui il quorum significa raggiungere almeno 25.171.000 elettori, ossia appena 5.457.000 meno di quelli che si sono recati a votare alle elezioni europee della settimana scorsa.
La dura realtà dei numeri rende improbabile il raggiungimento del quorum e, quindi, la vanificazione dei referendum.
Siamo soliti scommettere il possibile contro il probabile: è il destino degli antagonisti. Sotto agli occhi abbiamo l'esempio delle recenti elezioni iraniane ove vi è stata una grossa affluenza alle urne dopo la diserzione avvenuta alle precedenti consultazioni. La diserzione era dovuta alla volontà di delegittimare il regime di Teheran, mentre la grande affluenza voleva trasformare la delegittimazione verso il vecchio regime nella legittimazione dell'alternativa. In Iran vi è un certo Ahmadinejad che ha saputo dare coscienza politica ai propri avversari. In Italia gli avversari di coloro che detengono il potere sembrano affetti da assenza di coscienza politica.
Nonostante questo abbiamo il dovere di ricordare che l'iniziativa referendaria è un piccolo passo nella direzione giusta, è quel piccolo passo che la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha permesso. Lamentarsi dicendo che in realtà il referendum non apre la strada al sistema elettorale bipartitico "amerikano" significa sostenere un'argomentazione sleale perché si sa benissimo che questo non si sarebbe potuto aspettare dall'esito referendario.
Quello che ci si può aspettare da questi referendum, invece, è 1) l'unica azione politica concreta messa in opera contro una legge elettorale denominata "porcata" dagli stessi ideatori; 2) la notevole riduzione, se non addirittura l'azzeramento, del valore del potenziale coalizionale da parte della Lega Nord, Italia dei Valori, dell'Unione di Centro e degli altri nano-partiti, oggi non presenti in Parlamento; 3) l'altrettanta riduzione del potere dell'oligarchia dei notabili nel designare i "nominandi". E' poco? Si, è poco, ma è meglio di niente.
(bl)
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| Editoriale del 13 giugnoi di A.Panebianco - Corriere della Sera |
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Cari amici, vi trasmetto l’editoriale di oggi di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera.
Mario Segni
Sistema elettorale:
Referendum, antidoto ai troppi partiti.
Gli italiani saranno chiamati il 21 giugno a votare per un referendum che propone di modificare la legge elettorale in vigore. Come risulta dai sondaggi, tanti italiani sono ancora disinformati, non sanno nulla dei quesiti referendari. E, inoltre, una gran parte delle forze politiche li incita alla astensione. Anche in queste sfavorevoli circostanze è però giusto continuare a discuterne.
La mia prima osservazione è che diversi critici del referendum hanno avanzato una obiezione che non sembra leale. Hanno sostenuto che quello che uscirebbe da una vittoria dei «sì» nel referendum non sarebbe comunque un buon sistema elettorale. L'obiezione non mi pare leale perché in Italia non esiste l'istituto del referendum propositivo. Non si può dunque sottoporre al voto popolare il sistema elettorale che si preferisce (io, per esempio, preferisco di gran lunga i sistemi elettorali maggioritari, con collegi uninominali). Col referendum abrogativo si può solo incidere su leggi esistenti. Il referendum tenta semplicemente di migliorare quella che in tanti giudichiamo una pessima legge elettorale. Non può fare nulla di più. Per onestà nei confronti dei lettori devo precisare che mentre scrivo questo articolo mi trovo in flagrante conflitto di interessi. Faccio parte del comitato promotore del referendum e certamente intendo difendere, insieme al referendum, la coerenza e la validità della mia scelta.
Che cosa intendevano (intendevamo) fare i proponenti del referendum, soprattutto con il quesito più importante, quello che chiede di spostare dalla coalizione di partiti alla singola lista il premio di maggioranza? Intendevano (intendevamo) contrastare l'aspetto più grave e pericoloso della legge elettorale in vigore: il fatto che essa non contiene alcun anticorpo contro la frammentazione partitica (e ricordo che fra tutti i pericoli che può correre una democrazia quelli che vengono da un eccesso di frammentazione partitica sono di gran lunga i più gravi). Ma, si obietterà: alle ultime elezioni, nonostante la legge in vigore, la frammentazione partitica è stata drasticamente ridotta. E’ vero ma la causa è stata esclusivamente una decisione politica: la scelta di Walter Veltroni di sbarazzarsi dell'antica coalizione di centrosinistra e di puntare sul «partito a vocazione maggioritaria».
Fu quella decisione che, ricompattando la sinistra (anche se non del tutto: Veltroni commise poi il gravissimo errore di allearsi con Di Pietro), obbligò anche la destra a un analogo ricompattamento (con la nascita del Popolo della Libertà). Ma ora Veltroni è fuori gioco e anche il partito a vocazione maggioritaria è stato messo in soffitta.
Alle prossime elezioni il Partito democratico tornerà, presumibilmente, a una più tradizionale politica delle alleanze (ed è plausibile che, per diretta conseguenza, si manifestino tendenze disgregative anche a destra). La legge elettorale in vigore tornerà allora a sviluppare le sue letali tossine, alimenterà di nuovo la frammentazione partitica. Se non si fa qualcosa (e l'unico «qualcosa » possibile è, al momento, il referendum) il sistema politico italiano sarà di nuovo tra pochi anni, come è stato negli ultimi decenni (fino al 2008), il più frammentato dell'Europa occidentale.
Come sempre quando si ragiona di sistemi elettorali le critiche più serie e argomentate alla proposta referendaria sono state avanzate da Giovanni Sartori. Sartori fa due obiezioni. La prima: con il sistema elettorale che uscirebbe dal referendum un partito che raggiungesse, poniamo, solo il trenta per cento dei voti potrebbe aggiudicarsi il premio di maggioranza conquistando la maggioranza assoluta dei seggi. La seconda: poiché il premio di maggioranza va alla lista più votata la legge verrebbe aggirata con la formazione di liste-arlecchino formate da tanti partiti che si metterebbero insieme solo per conquistare il premio di maggioranza e si dividerebbero di nuovo il giorno dopo le elezioni. Si tratta di obiezioni serie ma mi permetto di fare due osservazioni. La prima è che, certamente, è in teoria possibile che un partito con solo il trenta per cento dei voti conquisti il premio di maggioranza e quindi la maggioranza assoluta dei seggi. Però, questo è vero anche nel caso dei sistemi maggioritari: nulla vieta, in teoria, che un partito si aggiudichi la maggioranza dei collegi (e quindi la maggioranza dei seggi) ottenendo però, su scala nazionale, un numero di voti limitato. In un sistema maggioritario ciò può accadere se nei collegi sono presenti molti partiti. Più in generale, nei sistemi maggioritari, è quasi sempre la minoranza elettorale più forte che si aggiudica la maggioranza dei seggi.
In pratica, però, non credo che se si votasse con il sistema elettorale che uscirebbe dal referendum correremmo questo rischio: gli elettori sarebbero portati a concentrare i loro voti sulle due formazioni più forti (è l'effetto del cosiddetto «voto utile» o strategico). Mi azzardo addirittura a fare una previsione: se si votasse con il sistema elettorale proposto dal referendum ci sarebbe un duello all'ultimo voto fra Popolo della Libertà e Partito democratico, e il partito che fra i due uscisse perdente supererebbe comunque la soglia del quaranta per cento dei voti (per effetto, appunto, del «voto utile»).
E vengo al problema delle liste-arlecchino. Sartori ha ragione: molti piccoli partiti si aggregherebbero al carro dei due partiti più grandi. Però, la loro libertà d'azione dopo il voto verrebbe compromessa. Una cosa, per un piccolo partito, è disporre di un proprio simbolo e di autonomo finanziamento pubblico. Una cosa completamente diversa è rinunciare al simbolo (e, con esso, a un rapporto diretto, non mediato, col proprio elettorato) e dover per giunta fare i conti, per la spartizione dei finanziamenti, con il gruppo dirigente del grande partito a cui ci si è aggregati. Non credo che, dopo le elezioni, quei piccoli partiti disporrebbero ancora di molta libertà d'azione. Se così non fosse, d'altra parte, perché mai la Lega dovrebbe essere, come è, così ferocemente contraria al referendum? E perché mai Di Pietro (oggi politicamente molto più forte rispetto a quando vennero raccolte le firme del referendum) si sarebbe ora schierato per il «no» dopo avere sostenuto per tanto tempo il «sì»?
I nemici di Berlusconi temono che, con il nuovo sistema, egli possa rafforzarsi ulteriormente. Osservo che è sbagliato giudicare i sistemi elettorali alla luce di preoccupazioni politiche contingenti. Prima o poi, Berlusconi dovrà comunque lasciare il campo. Invece, il rischio, esasperato dall'attuale legge elettorale, di un'eccessiva frammentazione partitica peserà a lungo su di noi. Se non riusciremo, con il referendum, ad aiutare la classe politica a porvi rimedio.
Angelo Panebianco
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Il 13 maggio 1974 i cittadini italiani hanno difeso la legge sul divorzio che il Parlamento aveva realizzato contro le componenti più conservatrici del regime.
In questi giorni, con amarezza, constato che alcuni protagonisti di quella battaglia civile, sono schierati nella difesa della legge elettorale denominata "porcellum", prodotta dalle componenti più conservatrici del regime.
Non comprendere la differenza di significato tra il NO al tempo del 1974 e il NO nel 2009 denota la mutazione genetica causata da quasi un decennio di ospitalità ottenuta dal regime.
Anche questo è un frutto avvelenato della Rosa nel Pugno.
Beppi Lamedica
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