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PNM: sabato 25 marzo 2006
Postato il Thursday, 19 April @ 11:28:49 CEST di Fabio

Per non mollare

per non mollare

Newsletter per l'azione liberale

 

[…]SCIOPERO DEL VOTO alle prossime elezioni politiche, già viziate da illegalità per violazione del principio costituzionale della pari dignità delle forze politiche concorrenti e dall’esito scontato della vittoria dell’immobilismo conservatore, qualsiasi maggioranza scaturisse dalle urne[…]



(dalla Mozione politica dell’VIII congresso di Veneto liberale - 8 dicembre 2005 e 29 gennaio 2006)

 

Anno VII – n. 07 – 25 marzo 2006

 

IL 9 E IL 10 APRILE

SCIOPERO DEL VOTO

PERCHÉ NÉ PRODI, NÉ BERLUSCONI MERITANO FIDUCIA

PERCHÉ IL REGIME CHE PRATICA L’ILLEGALITÀ VA DELEGITTIMATO

PERCHÉ L’IMMOBILISMO CONSERVATORE IMPEDISCE LE RIFORME

PER LA RADICALE ALTERNATIVA LIBERALE

PRESIDENZIALISMO, FEDERALISMO E MAGGIORITARIO ANGLOSASSONE

LIBERO MERCATO PER AVVANTAGGIARE I CONSUMATORI

LAICITA’ PER ESSERE LIBERI DI SCEGLIERE

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SOTTOSCRIVETE IL MANIFESTO DELLA LIBERTA’ E DITE LA VOSTRA SULLE DODICI PROPOSTE.

 

www.societalibera.org

 

POTRETE ANCHE ADERIRE, VIA INTERNET, AL MOVIMENTO DI OPINIONE.

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APPUNTAMENTI

·         MILANO 27/03/06 h. 18 Sala Lauree della Facoltà di Scienze Politiche Via Conservatorio, 7 Ernesto Savona “La questione sicurezza tra tecnologia e diritti”, lecture organizzata dall’associazione Società Libera in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano. Cfr. www.societalibera.org

·         TORINO 28/03/06 h. 16 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO via Giolitti 33 • “LEADER, PARTITI E CANDIDATI. LE NUOVE REGOLE DELLA COMPETIZIONE ELETTORALE” Intervengono: Antonio Agosta (Università di Roma III) e Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale) Presiede: Alfonso Di Giovine (Università di Torino). Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere a Centro di Ricerca e Documentazione "Luigi Einaudi" Via Ponza 4/E 10121 Torino Tel. +39 011 5591611 Fax +39 011 5591691 segreteria@centroeinaudi.it Web site: http://www.centroeinaudi.it

·         TORINO 7/04/06 h. 16 UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO via Giolitti 33 DECISIONI DI SPESA E STRATEGIE DI CAMPAIGNING. ALLA CONQUISTA DEL VOTO DENTRO E FUORI I MEDIA. Intervengono: Efisio Espa (Istituto di Studi e Analisi Economica) Marco Caciotto (Associazione Europea dei Consulenti Politici) Guido Legnante (Università di Pavia) Presiede: Silvano Belligni (Università di Torino) Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere a Centro di Ricerca e Documentazione "Luigi Einaudi" Via Ponza 4/E 10121 Torino Tel. +39 011 5591611 Fax +39 011 5591691 segreteria@centroeinaudi.it Web site: http://www.centroeinaudi.it

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SCIOPERO DEL VOTO

Perché ci asteniamo?

Riteniamo queste elezioni già viziate da illegalità per violazione del principio costituzionale della pari dignità delle forze politiche concorrenti e dall’esito scontato della vittoria dell’immobilismo conservatore, qualsiasi maggioranza scaturisse dalle urne.

Perché chiediamo di astenervi?

Chiediamo di sottrarvi al ricatto elettorale rappresentato dalla richiesta di schierarvi “di qua o di là”. In realtà non si tratta di una scelta tra conservatori ed innovatori ma di ratificare nomine delle segreterie partitiche.

Quindi, prima ancora che una scelta di coscienza l’astensione è una riaffermazione dell'importante valore del gioco democratico.

Questa astensione è un "atto di resistenza" e di "non-cooperazione" con un regime che pratica l’illegalità.

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* COMUNISTI

L'indifferenza per l'ultima dittatura d'Europa

di Franco Venturini dal CORRIERE DELLA SERA del 22/03/06

Non siamo tanto ingenui da pensare che le elezioni in Bielorussia interessino gli italiani quanto il trattamento fiscale dei Bot. Ma proprio perché la nostra classe politica parla in continuazione di democrazia, qualche reazione in più alla farsa di Minsk ce la saremmo aspettata

In Bielorussia non esistono media o magistratura indipendenti, il Parlamento è soltanto una camera di ratifica, il culto della personalità che circonda Aleksandr Lukashenko ha qualcosa in comune con quello sovietico dell'era staliniana, una nascente opposizione viene continuamente minacciata e spesso perseguitata. La definizione americana di «ultima dittatura d'Europa» dimentica forse qualcuno, ma non è fuori luogo nel descrivere la fortezza bielorussa. Ebbene, domenica in Bielorussia si è votato, e secondo i risultati ufficiali il presidente Lukashenko ha avuto oltre l'82 per cento dei consensi. I 476 osservatori internazionali inviati dall'Osce hanno subito dichiarato non regolari le elezioni, e dure condanne sono venute dalla Ue, dal Parlamento europeo, da diversi governi comunitari,dagli Usa, E i nostri grossi calibri della politica? Con l'eccezione di qualche voce giunta da Strasburgo, silenzio compatto

Curioso, a ben vedere. Curioso perché Berlusconi avrebbe potuto dare qualche concretezza alle sue forzature sulle malefatte «dei comunisti». E curioso anche perché i leader del centrosinistra avrebbero avuto gioco facile nel mostrarsi alfieri di una democrazia che da tempo non ha più scheletri nell'armadio. Oppure quella dell'indifferenza è stata una scelta voluta, la Bielorussia è stata considerata da tutti troppo piccola e troppo ininfluente per meritare un posticino nel fuoco incrociato che porta alle urne del 9 aprile? Se così fosse, l'errore di omissione risulterebbe ancora più grave, perché un governo in carica o prossimo a diventarlo dovrebbe capire senza difficoltà che i fatti di Minsk portano a Mosca. E che i rapporti con Mosca non possono essere oggetto di trascuratezza o dimenticanza

I russi hanno probabilmente ragione quando dicono che Lukashenko avrebbe vinto comunque. In una regione che durante la seconda guerra mondiale ha perso un terzo della sua popolazione la stabilità è un bene prezioso. Inoltre la Bielorussia ha uno dei più alti tassi di crescita d'Europa, soprattutto grazie alle forniture russe di gas e di petrolio a bassissimo prezzo che vengono poi in parte rivendute a prezzi di mercato (anche alla Ue, più che mai assetata dopo la crisi di Capodanno). Ma il punto politico è che se l'economia tira la Bielorussia rimane comunque un modello estraneo e contrario alle libertà che anche Putin afferma di sottoscrivere. E non può passare inosservato, allora, che mentre da Occidente giungevano forti condanne (dimentichiamo per un attimo i nostri silenzi), da Mosca partivano telegrammi di congratulazioni inneggianti al comune impegno democratico.

Si può capire che dopo le rivoluzioni dal basso in Georgia, in Ucraina e nel Kyrgyzstan il Cremlino sia contento di vedere che la Bielorussia rimane al suo fianco. E noto anche che tra Mosca e Minsk esiste addirittura un progetto di unione, sottoscritto ai tempi di Eltsin. Ma le diverse reazioni dell'Occidente e di Putin davanti al «trionfo» di Lukashenko rafforzano egualmente una tendenza alla divaricazione che ormai da molti mesi si va consolidando,suggerendo persino ad alcuni settori del Congresso Usa l'idea di disertare il G8 di luglio a San Pietroburgo e di tornare a un G7 senza la Russia. Condy Rice ha escluso che ciò possa accadere, pur manifestando critiche severe nei confronti delle molteplici involuzioni democratiche di cui il Cremlino si è reso protagonista negli ultimi due anni

La Russia e i suoi giacimenti energetici sono troppo preziosi, insomma, perché si possa far salire Vladimir Putin sul banco degli accusati. A San Pietroburgo andranno tutti. Ma conterà, più del solito, quel che gli ospiti avranno il coraggio di dire al padrone di casa. Bielorussia e Lukashenko compresi. Speriamo che almeno allora, sulle stupende rive della Neva, si faccia sentire anche una voce italiana.

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* IRAN

LIBERO IL DISSIDENTE GANJI

Di Alessandra Coppola dal CORRIERE DELLA SERA del 20/03/06

Una lunga barba grigia e incolta, il volto pallido e magrissimo. Qualcuno degli amici accorsi nella casa a nord di Teheran per festeggiarlo ha fatto fatica a riconoscerlo. Dopo sei anni di prigione il giornalista iraniano Akbar Ganji è tornato tra i suoi. Le due figlie adolescenti, la moglie Masoumeh: «Pesa solo 49 chili, è debolissimo. Ma noi siamo così contente...». E lui nelle foto non smette di sorridere: «Il carcere e le pressioni non sono riusciti a cambiare le mie idee - dice -. Oggi sono ancora più deciso a dire ciò che dicevo sei anni fa». A suo modo, è una vittoria. La prigione ha trasformato il fisico. Ganji ha adesso dei forti dolori al ginocchio e alla schiena, probabilmente sarà operato. Gli anni trascorsi in cella di isolamento sono stati durissimi. Sessanta giorni di sciopero della fame l' estate scorsa l' hanno profondamente segnato. «Socrate ha scelto la morte perché le sue idee continuassero a vivere», scriveva all' amico e maestro Soroush in una lettera del 10 luglio, quando il lungo digiuno stava per ucciderlo. A tutto questo il più celebre dei dissidenti iraniani alle fine è sopravvissuto. E senza aver dovuto abiurare al credo riformista, come avrebbero voluto le autorità di Teheran. «Sono più radicale ora di prima», dice, suscitando la preoccupazione della moglie: «Non vogliamo che torni in prigione. Le mie figlie hanno bisogno del padre. Abbiamo sofferto abbastanza...». Gli avvocati che l' hanno seguito in questo periodo di detenzione gli suggeriscono cautela e poche selezionate dichiarazioni, almeno fino alla fine del mese. L' ipotesi di un ritorno in cella per scontare gli ultimi giorni di condanna, però, sembra da escludere: Ganji è stato portato a casa venerdì notte quasi allo scadere della pena (che si estinguerà ufficialmente il 30 marzo), in occasione delle feste per il capodanno persiano, Nowruz, che si concludono il 3 aprile. La liberazione anticipata è probabilmente un segnale di buona volontà del regime ultraconservatore del presidente Ahmadinejad in un momento di delicate relazioni diplomatiche (attesa a giorni la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu sul dossier nucleare). Forti le pressioni per la scarcerazione dagli Usa. Lo stesso presidente George W. Bush aveva lanciato un appello: «Mr Ganji, nella sua battaglia di libertà l' America è con lei». E per il dissidente si erano mosse Unione Europea e Nazioni Unite. L' associazione per la libertà di stampa Reporters sans frontières ringrazia «chi ha difeso il giornalista: la mobilitazione della comunità internazionale non è stata vana». Sul piano interno la liberazione di Ganji dà nuovo impulso all' opposizione e al movimento degli universitari. «È diventato ancora più popolare per la sua resistenza - dice il leader studentesco Abdullah Momeni al New York Times -: ha scontato tutta la pena senza mai mostrare segni di resa alle pressioni. E non ha mai rinnegato ciò in cui crede. In più gli studenti trovano le proprie idee molto vicine a ciò che Ganji ha scritto e detto sul sistema repubblicano». Esattamente ciò che lo ha portato in carcere. «Attentato alla sicurezza dello Stato», è scritto nella sentenza (10 anni ridotti in appello a sei), «insulto al fondatore della Repubblica islamica e ai valori sacri del regime». Seguace entusiasta della Rivoluzione del ' 79, ex pasdaran e guardia del corpo di Khomenei, Ganji, 46 anni, con il tempo muta radicalmente opinione. Lo studio della filosofia occidentale, la lettura di Hannah Arendt e Karl Popper, il lavoro di giornalista, le inchieste politiche: progressivamente si allontana dal regime islamico, di cui mette ora in risalto la natura totalitaria, e inizia la sua battaglia non violenta per un Iran laico e democratico. Nel nutrito dossier che il regime compila contro di lui, il peso maggiore ce l' hanno gli scritti che indicano alti dirigenti di Teheran, tra cui l' ex ministro dell' Informazione Ali Fallahian, come mandanti degli omicidi di intellettuali alla fine degli anni Novanta. Ad aprile 2000, al ritorno da Berlino dove ha preso parte, insieme ad altri riformisti, a una Conferenza sull'Iran viene arrestato. E diventa «eroe» della lotta alla teocrazia sciita. «Oggi il mio volto disfatto è il vero volto della Repubblica islamica dell'Iran - scrive a luglio dal carcere -. Sono il simbolo della giustizia che mette in luce l' intera portata dell' oppressione di chi governa».

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* PRIMA E DOPO IL 9 APRILE

ECCO PERCHÉ IO SONO E RESTO TERZISTA

di Giuseppe De Rita dal CORRIERE DELLA SERA 17/03/06

In periodo elettorale aumenta a dismisura la tentazione a schierarsi pubblicamente. Al gusto della contrapposizione politica si aggiunge una serie di coazioni psichiche: si sente come nobilmente necessario l' esprimere i propri orientamenti elettorali; si avverte l' urgenza di contrastare ansie e pericoli spesso sovrastimati; si ritiene esser cosa buona e giusta coltivare l' inimicizia verso i non adeguatamente consentanei. Anche chi, per professione o per storia personale, ha coltivato l' equidistanza finisce per vederla come un peccato civile. Sarà permesso, spero, che qualcuno resti terzista. Non per quella dose di orgoglio intellettuale messa a dura prova dalla miseria di parole e musica in cui si sta riducendo la battaglia elettorale, fra furbizie e noie, fra volute disonestà e insulse albagie; ma per più profonde considerazioni sul bisogno, non solo individuale, di una fedele terzietà di chi lavora sulle cose collettive. C' è anzitutto una considerazione culturale. Da anni, specialmente dopo la crisi delle ideologie e delle connesse appartenenze di massa, è ormai evidente che «con le appartenenze non si fa cultura di innovazione e di sviluppo». Nelle appartenenze vince l' insistenza su posizioni riminestrate e sobbollite; vince la ripetizione di opzioni che non hanno più riscontro nella realtà; vince un attaccamento al primato della politica che si distorce in pura potenza di ceto; vince il dialogo fra sordi, ben espresso dal frequente rinfaccio fra «noi» e «voi». Innovazione e sviluppo, che degli anni 50 sono stati i riferimenti alti della politica, diventano termini senza sostanza e senza agganci di mobilitazione collettiva; e possono essere rivitalizzanti solo se si resta fuori dalla contrapposizione delle appartenenze e degli schieramenti. C' è una seconda considerazione, di natura più squisitamente sociopolitica. Con le appartenenze e con gli schieramenti non si fa neppure condensazione sociale e classe dirigente. Non si fa condensazione sociale (e Dio sa quanto ne avremmo bisogno nell'attuale crescente frammentazione) perché le emotive contrapposizioni politico-elettorali non creano nuove aggregazioni intermedie, nuovi blocchi sociali, nuove classi o gruppi; ma creano piuttosto indistinti insiemi di falsi entusiasmi e di lividi rancori, spesso anche personalizzati e quindi senza potenza di condensazione sociale. E non si fa neppure classe dirigente, perché le contrapposizioni citate premiano i talebani degli schieramenti (basta vedere come sono state redatte le liste dei «nominati al Parlamento») e non apre certo al confronto con altre forze e gruppi. Se è vero che da che mondo è mondo l' establishment, l' alta amministrazione, la funzione giurisdizionale sono stati a forte componente di terzietà, una ragione storica (sociopolitica ed istituzionale insieme) ci dovrà pur essere. Ma i nuovisti degli ultimi quindici anni non ne hanno tenuto conto, illudendoci che sia la faziosità e non la terzietà a fare classe dirigente, nell' establishment, nell' amministrazione e nella funzione giudiziaria. E c' è infine una terza più sottile considerazione. La contrapposizione fra gli schieramenti, essendo totalmente basata sull' emozione, non riesce a ragionare di assetti istituzionali se non accentuando i toni emotivi: così il federalismo non è stato una riforma, ma una battaglia di bandiere localistiche; il rapporto fra Stato e mercato non è gestito sulla logica di economia mista che regola tutte le democrazie moderne, ma si risolve in enfatici dettami di improbabili elitarie liberalizzazioni o di impauriti protezionismi pubblici; le nuove tematiche con cui il potere pubblico dovrà confrontarsi nel prossimo futuro (la bioetica, la multiculturalità, il ruolo delle religioni) rischiano di diventare stimoli per rumorose minoranze senza un necessario lento discernimento, non militante. Solo una onesta terzietà fa le istituzioni, da sempre. Ce n' è quanto basta per pensare che restare terzisti non sia scelta indecorosa. La gente che andrà a votare sceglierà, come è suo diritto e dovere; fra due schieramenti contrapposti. Ma tutti coloro che dal 10 aprile in poi riprenderanno a ragionare sul futuro del Paese avranno anch' essi un diritto-dovere: quello di depurarsi della nobile faziosità di questi mesi e di ricominciare a pensare con dovuta terzietà alla complessità sociale, alla fisionomia generale del Paese, ai nostri collettivi destini di sviluppo. Vale per essi, tranne che i pochi che incasseranno qualche quota di potere, la banale citata verità che «con le appartenenze e con gli schieramenti non si fa cultura di innovazione e di sviluppo».

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* SONDAGGIO

OSSERVATORIO NORDEST

di LUIGI ALFIERI il GAZZETTINO 21/03/06

A cosa serve lo Stato? Ad una cosa soprattutto: fare ordine nelle nostre paure. Eliminarle, infatti, non si può. Siamo tutti a rischio, per forza. Prima o poi, ci accadrà qualcosa di male. Un insuccesso, una disgrazia, una malattia. Prima o poi, ci ammaleremo, invecchieremo, moriremo. Nessuno ce lo può risparmiare. Però, fa una grossa differenza se c'è un sistema organizzato che ci garantisce che non siamo soli, che qualcuno si farà carico di noi. Se perderemo il lavoro, avremo delle sovvenzioni e saremo aiutati a trovarne un altro. Se ci ammaleremo, saremo curati anche se siamo poveri. Se moriremo, la pensione passerà al nostro coniuge e i nostri risparmi andranno ai nostri figli. Se saremo aggrediti, c'è del personale specializzato che ci proteggerà e punirà i nostri aggressori.

Per questo lo Stato può chiederci qualcosa in cambio.

IL DISINCANTO E LA DISAFFEZIONE

Intervista di Annamaria Bacchin al prof.  Massimo Teodori dal GAZZETTINO 21/03/06

Il disincanto e la disaffezione nei confronti di leader e partiti politici non lo stupiscono. Anzi, la percezione sugli amministratori rilevata nel sondaggio, altro non è, per lui, che la conferma di una crisi da tempo conclamata. E il primo sensore di tale inesorabile discesa è l'affluenza alle urne degli ultimi anni. Il popolo degli elettori è sempre meno presente. Le percentuali di voto continuano a ridursi insieme alla fiducia del popolo. E' questa la prima osservazione di Massimo Teodori, storico e politologo, docente all'Università di Scienze Politiche di Perugia, che sottolinea: la diffidenza dei cittadini non si è dissolta con il tramonto della prima Repubblica. Perchè? Non è cambiato nulla.

D.: Professore, secondo lei, le interviste tratteggiano fedelmente il distacco critico del Nordest rispetto alla politica?

R.: Sì, è proprio così. E si tratta di una proiezione altrettanto visibile in un osservatorio ben più esteso. Mi riferisco alle elezioni degli ultimi anni. Lo scetticismo degli italiani emerge a tinte forti confrontando le percentuali di votanti dal '92 ad oggi. Una parabola discendente. Alle politiche del 2001, ad esempio, è andato a votare l'81 per cento degli aventi diritto, mentre alle ultime regionali appena il 70 per cento. Questo, dal mio punto di vista, è un evidente segnale di delusione di una comunità poco motivata. Che ruolo hanno i mezzi d'informazione nel descrivere questo malumore contemporaneo?Senza alcun dubbio sono degli artefici importanti della nostra storia. Sono portati, per natura, ad accentuare gli elementi scandalistici, perché si sa, con tutto il rispetto, che lo scandalo è una merce che paga in termini di ascolto e lettura. Sono convinto, quindi, che una buona dose di sospetto degli italiani verso i leader politici sia la conseguenza dell'influenza mediatica; di un mondo giornalistico che trovandosi innanzi a dieci eventi buoni da raccontare si sofferma solo su uno. Se i dieci sono cattivi, però, li descrive tutti. E, forse, ne aggiunge uno in coda.

D.: Se dovesse rispondere personalmente alle domande poste nel sondaggio?

R.: Direi che innanzitutto è cambiato il significato della parola corruzione. Prima di tangentopoli i partiti politici erano soggetti principali di un modus vivendi, quello della spartizione della torta, che era legittimo e legittimato. Era un metodo collaudato, insomma, in cui gli attori principali erano gli enti di stato, come l'Eni o l'Iri. Oggi, invece, la corruzione si è trasformata, ramificata e moltiplicata. Pensiamo ai casi Parmalat, Unipol, agli scandali che hanno investito le banche. Una moltiplicazione macroscopica di illegalità. Esiste una speranza di riscatto? Solo se gli amministratori del nostro paese troveranno la forza, gli accordi e le armonie giuste per combattere contro un microcosmo ben radicato di lobby e corporazioni.

D.: Crede che il malcontento italiano nell'osservare i propri leader sia più marcato che in altri paesi?

R.: Ovunque ci sia potere, c'è anche denaro e quindi terreno fertile per l'illegalità. Il problema è che all'estero scattano dei meccanismi di difesa efficaci che passano attraverso un sistema giudiziario efficiente e attraverso i media che non perdonano e che fanno giornalismo investigativo vero. In Italia, invece, si parla per giorni di uno scandalo in prima pagina e poi, improvvisamente, senza alcuna soluzione del caso, e con un carico di sospetti, sparisce dalla cronaca. Contemporaneamente, la giustizia sembra stia giocando nel ruolo di un potere che cerca solo di salvare se stesso per consolidarsi.

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* APPELLO DI SOCIETA’ APERTA CONTRO L’INGOVERNABILITÀ:

TRA PRODI E BERLUSCONI? SCEGLIAMO L’ASSEMBLEA COSTITUENTE

Da IL SOLE 24 ORE, IL GIORNALE DI VICENZA E IL TEMPO

Stiamo assistendo ad uno spettacolo a dir poco indecoroso: risse continue, discussioni inutili, volgarità gratuite, reciproche delegittimazioni, candidati impresentabili, programmi generici e promesse irrealizzabili. Il tutto aggravato dalla presenza di due leader – gli stessi di dieci anni fa – che hanno già fallito alla prova dei fatti. E una pessima campagna elettorale non può certo produrre un risultato capace di dare risposte ai gravi problemi dell’Italia. Ma il peggio deve ancora arrivare. Quale che sia il risultato del 9 aprile, nessuna delle due coalizioni – totalmente disomogenee al loro interno e vittime dei “ricatti” delle componenti estreme e massimaliste – sarà in grado di assicurare la governabilità ad un Paese che ha disperatamente bisogno di un grande progetto che lo aiuti ad uscire dal declino.

Ma non dobbiamo rassegnarci al peggio. Occorre un’iniziativa forte che ci consenta di rifondare su nuove basi il sistema politico, di modernizzare le istituzioni e di rinnovare profondamente la classe dirigente, premesse indispensabili per ritrovare la strada dello sviluppo.

C’è bisogno di regole chiare e condivise che riportino la dialettica politica entro i confini della civiltà e la rendano costruttiva. Liberandoci dalle patologie indotte dal nostro sgangherato bipolarismo.

Società Aperta è il movimento d’opinione che da tempo indica nella Terza Repubblica – capace di superare le insufficienze della Prima e l’inconsistenza della Seconda – la via per evitare che il Paese scivoli dal declino verso un ancor più grave decadimento politico-istituzionale, economico, sociale e civile. Sapendo che il passaggio ad una nuova stagione politica non può e non deve riproporre percorsi che, come avvenuto in passato, contengano già in sé i germi del fallimento.

Per questo è più che mai urgente rivedere l’intero impianto istituzionale, bloccando le revisioni della Costituzione effettuate a colpi di maggioranza e la deriva di un federalismo lacerante e moltiplicatore di costi. Errori che hanno commesso sia il centro-sinistra, con la riforma del titolo V, sia il centro-destra, con la devolution, finendo per accreditare l’idea (malsana) che ad ogni cambio di legislatura si debba ricominciare tutto daccapo, a danno dell’autorevolezza e della credibilità dello Stato nelle sue diverse articolazioni.

Occorre, allora, che il rinnovamento poggi su fondamenta solide, costruite con il concorso di tutti.

Un obiettivo che è in grado di garantire soltanto un’Assemblea Costituente, l’unico luogo deputato ad affrontare organicamente tutte le questioni che attengono alle regole condivise e alla funzionalità delle istituzioni pubbliche.

Società Aperta sollecita tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia a dar vita ad un’iniziativa che costringa il prossimo Parlamento a convocare la suprema Assemblea. Nella convinzione che la crisi italiana può essere superata solo ritrovando uno spirito costituente che nasca dalla consapevolezza che il passato è passato, ma il futuro non ha ancora preso forma.

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* SOCIETA' LIBERA

POLITICHE DELLA LIBERTA'

L'associazione Società Libera in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano organizza un ciclo di incontri pubblici.

L'iniziativa ha l'obiettivo di creare appuntamenti culturali, a cadenza periodica, nel cui ambito sia possibile approfondire, attraverso significative testimonianze, aspetti relativi alla riflessione sul grado di libertà nel mondo Occidentale.

Il percorso si snoda attraverso sette lecture tenute da esponenti del mondo culturale, di diversa sensibilità e formazione, appartenenti al Comitato Scientifico di Società Libera.

Le lecture oltre all'opportunità di una continuativa presenza dell'Associazione, vogliono rappresentare, per il territorio milanese, un'offerta culturale tesa ad una più completa lettura del liberalismo.

Le lecture sono previste per il quarto lunedì di ogni mese, da febbraio ad ottobre 2006, dalle ore 18.00 alle 19.30 presso la Sala Lauree della Facoltà di Scienze Politiche Via Conservatorio, 7

Già svolta quella del 27 febbraio (Salvatore Carubba “Prospettive del liberalismo in Europa”), sono in programma Lunedì 27 marzo Ernesto Savona “La questione sicurezza tra tecnologia e diritti”, Giovedì 27 aprile Giulio Giorello “Libertà e legge”, Lunedì 29 maggio Alberto Martinelli“John Stuart Mill: libertà e democrazia rappresentativa”, Lunedì 26 giugno Sergio Romano “La Chiesa e l’Islam: due sfide per lo stato liberale”, Lunedì 25 settembre Edoardo Boncinelli “La scienza come valore di libertà” ed, infine, Lunedì 23 ottobre Vincenzo Olita “Libertà e responsabilità nell’informazione”

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* MFE CASTELFRANCO VENETO

ASSEMBLEA ANNUALE – 18 MARZO 2006

Sabato 18 marzo si è riunita, presso la sala riunioni del ristorante "Anna Smania" di Castelfranco Veneto, l'assemblea ordinaria della locale sezione del MFE. Dopo la relazione del Segretario uscente, Nicola Martini, ed un ampio dibattito è stata approvata la mozione che impegna la sezione castellana alla “mobilitazione a favore della costituzionalizzazione dell’Europa e del referendum europeo”. L’azione politica, si legge nella mozione, dovrà “spingere le forze politiche, soprattutto a livello locale, a credere nell’Europa ed a battersi per essa.” ed a incrementare la presenza federalista nelle scuole superiori.

E' seguita la discussione ed approvazione del bilancio consuntivo 2005 e preventivo 2006 presentato dal Tesoriere uscente, Federico Fabbian.

Alla conclusione della riunione, considerato che la sezione ha chiuso il 2005 con 13 iscritti cui si devono aggiungere 3 nuovi tesserati 2006, si è stabilito di fissare il numero dei membri del nuovo direttivo nella misura di 5. Sono stati poi eletti Giampiero Nicoletti (Presidente), Nicola Martini (Segretario), Federico Fabbian (Tesoriere), Giuseppe Lamedica, Laura Parisotto. Revisore dei Conti è stato nominato Michele Marchioro mentre la carica di Proboviro sarà ricoperta da Silvia Gallo.

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* SCIOPERO DEL VOTO

NE’ DI QUA, NE’ DI LA’

Una delle argomentazioni utilizzate da chi ha abbandonato la posizione di radicale alternativa liberale al regime è quella di giustificare la propria scelta dicendo, riferendosi alla legge elettorale,: "E' una legge che obbliga a coalizzarsi". Inoltre si aggiunge che "tutti sono a disagio" quasi a volersi convincere della ineluttabilità della scelta ma riconoscendo, così, l'omologazione del proprio gruppo a quelli che si sono adeguati al regime.

Chi scrive ritiene, al contrario, che proprio queste leggi (ossia sia il Mattarellum che l'attuale proporzionale) imponevano una scelta diversa da quella di intrupparsi in uno schieramento proprio per non omologarsi a quelli che si sono adeguati, da anni, al regime.

Infatti una scelta del genere non solo sarebbe servita a conservare il consenso di quanti ritenevano inopportuno schierarsi "di qua o di là", ma avrebbe attirato la simpatia di quanti sarebbero stati insoddisfatti non solo del passato comportamento delle coalizioni marmellate ma anche dei contraddittori progetti di questo centrodestra e di questo centrosinistra.

Credere che abbandonare la posizione di radicale alternativa liberale al regime, accettando l'ospitalità tra gli schieramenti perbenisti ed illudendosi di poter porre in atto la strategia della "serpe in seno", significherà perdere il consenso di molti tradizionali simpatizzanti e non troverà la simpatia di chi, deluso dagli schieramenti perbene, ha già deciso lo sciopero del voto perché né Prodi né Berlusconi meritano fiducia. (bl)

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* UNA PRECISAZIONE NECESSARIA

VENETO LIBERALE E PARTITO LIBERALSOCIALISTA

Il sig. Luca Bagatin, in un suo messaggio “con preghiera di pubblicazione” testualmente afferma “abbiamo siglato un accordo con altri movimenti triveneti d'area laica: Veneto Liberale e Federazione dei Liberaldmocratici. Il nostro obiettivo insomma è la costituzione, dal basso, del Partito Liberalsocialista, collocato nell'area della sinistra libera ed estraneo agli attuali schieramenti politici con i loro sedicenti Partiti democratici e Case delle libertà”.

Sembra, perciò, che anche l’associazione, di cui sono segretario, abbia come obiettivo “la costituzione, dal basso, del Partito Liberalsocialista, collocato nell'area della sinistra libera”.

Smentisco decisamente questa affermazione in quanto Veneto liberale, associazione federalista di liberali e liberisti, di riformisti e di riformatori, non ha l’ambizione di costituire un mini partito che si richiama alla ideologia liberalsocialista e che si schiererebbe nell’area della sinistra libera (sic!). Veneto liberale vuole collaborare con quanti si dichiarano almeno liberali (quindi anche con i liberalsocialisti ma anche con i “crociani” che definiscono l’ideologia liberalsocialista un “ircocervo”) a condizione di scegliere la prassi liberale indipendentemente dalle proprie opzioni ideologiche.

Per essere chiari il Partito Liberalsocialista non solo è estraneo agli obiettivi politici perseguiti da Veneto liberale, ma è l’opposto di quel soggetto politico “di” liberali pragmatico e per nulla ideologico (ritenendo addirittura obsolete le categorie sinistra/destra) che il sodalizio, di cui mi onoro di far parte, persegue almeno dal dicembre 2000.

La collaborazione con il sig. Luca Bagatin si sarebbe realizzata a livello comunale se i pordenonesi fossero riusciti a presentare una lista soprattutto con candidati locali e se la lista non avesse avuto alcun richiamo ideologico in contrasto con le scelte politiche di Veneto liberale. Siccome la prima condizione non si è realizzata, la collaborazione con Luca Bagatin in Friuli Venezia Giulia sarebbe oggi possibile solo se gli obiettivi politici fossero non dico eguali, ma almeno non configgenti. E la costituzione del Partito Liberalsocialista, ripeto, è confliggente con gli obiettivi politici di Veneto liberale.

Veneto liberale è un soggetto costituente del “tavolo dei liberali veneti” che ha come minimo denominatore 1. il modello di organizzazione federale, come strumento per il nuovo soggetto politico nazionale; 2. la modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, all’inglese; 3. l'assemblea costituente per le riforme istituzionali; 4. la "europeizzazione" dei cittadini.

La specificità dell’associazione Veneto liberale è data dalle seguenti convinzioni: a) la radicale alternativa liberale al regime partitocratrico perché è l’unica soluzione all’immobilismo conservatore esistente; b) detta “alternativa” (e non semplice alternanza) consiste in modernizzazioni politiche, economiche e civili rappresentate da istituzioni liberali, liberiste e libertarie che oggi sono deficitarie in questa Italia; c) la riforma elettorale maggioritaria “all’inglese”, unitamente alla forma di governo presidenziale e a quella dello stato federale, resta un obiettivo centrale della lotta liberale; d) la centralità del “mercato”, osteggiata dalle “lobby” corporative che costituiscono il “partito conservatore”, è una esigenza fondamentale per la lotta liberista; e) l’antiproibizionismo non solo sulle droghe ma anche sulla libertà di ricerca scientifica è caratterizzante della lotta libertaria; f) la libertà politica, quella economica e quella civile vivono o muoiono assieme.

Convinzioni di Veneto liberale ribadite anche dal recente congresso di gennaio (8° della serie) la cui mozione conclusiva nonché gli altri documenti possono essere reperiti sul forum http://groups.yahoo.com/group/liberali_veneti e sul blog venetoliberale.ilcannocchiale.it.

Conseguentemente a tali convinzioni Veneto liberale invita tutti i cittadini a partecipare il 9 e 10 aprile allo sciopero del voto perché non è in gioco la scelta tra conservatori e rinnovatori, ma solo una mera ratifica della nomina di parlamentari già effettuata dai partiti e dai minipartiti del regime consociativo.

In conclusione, per amore della verità e della lealtà sottolineo la necessità di ribadire l’estraneità di Veneto liberale da qualsiasi progetto costituente il Partito Liberalsocialista.

Avv. Giuseppe Lamedica - Segretario

Associazione federalista “Veneto liberale”

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* LETTURE

ITANES “SINISTRA E DESTRA” Il Mulino, Bologna 2006

LE RADICI PSICOLOGICHE DELLA DIFFERENZA POLITICA

Chi scrive ritiene che i termini “sinistra” e “destra” sono ormai obsoleti. Risalgono al tempo della rivoluzione francese allorché all’Assemblea Costituente il presidente chiese ai presenti di spostarsi a destra se volevano che il re potesse mantenere la prerogativa di porre il veto e di spostarsi sulla sinistra se la rifiutavano. Così “destra” divenne un termine che rappresentava i conservatori mentre “sinistra” un termine che connotava gli innovatori.  Oggi quei termini hanno quello stesso significato o ne hanno uno nuovo? Oggi quei termini non significano più nulla. Infatti tra i molti dati di questo utile libretto risulta inequivocabilmente che solo 184 intervistati, sul campione di 1048 persone oggetto dello studio dell’Italian National Election Studies, ha dichiarato di sentirsi di destra e di sinistra mentre ben 405 hanno dichiarato di non riconoscersi in quella distinzione ed i rimanenti 459 hanno attenuato la loro dichiarazione di estraneità dichiarandosi di centro o di centrodestra e di centrosinistra. Questa scarsa identificazione con il binomio sinistra/destra (in fondo solo il 17,5% del campione) prova l’obsolescenza dei termini “sinistra” e “destra” però altre diadi (ad esempio “liberali”/ “conservatori”) non possono essere usate in quanto non hanno ancora sedimentato un sentire diffuso da parte dei cittadini. Perciò la diade pur essendo obsoleta è ancora necessaria. Gli autori dello studio sulle radici psicologiche delle differenze politiche tra i cittadini che si “credono” di sinistra e quelli che si “ritengono” di destra accorpano in una unica categoria sia quelli che si credono di sinistra che quelli che si dicono di centrosinistra, mentre sull’altro versante accorpano quelli che si ritengono di destra con quelli che si dicono di centrodestra. Data questa premessa lo studio rileva come gli elettori del centrosinistra hanno più fiducia nella coalizione mentre quelli del centrodestra avrebbero più fiducia nei singoli partiti di appartenenza, di qui le maggiori difficoltà per quest’ultimo schieramento per la costituzione del partito unico dei moderati. Naturalmente difficoltà aumentate anche dalla nuova legge elettorale che favorisce la proliferazione dei soggetti piuttosto che la semplificazione del confronto politico (e che indebolisce enormemente il collante coalizionale del centrosinistra).

Un ultimo dato. La stragrande maggioranza del campione si autodefinisce “pacifista”, “moderato” ed “antifascista” perciò con termini non caratterizzanti politicamente il che prova il rifiuto della diade sinistra/destra che ancora oggi il sistema politico vorrebbe imporre. Anche l’aumento dell’astensione elettorale, in occasione delle elezioni politiche, è un segnale da non trascurare. Basti pensare che l’astensione elettorale era del 6,6% nel 1976 mentre è stata del 18,6% nel 2001. L’allontanamento dalle elezioni di folti gruppi di cittadini potrebbe indurre i soggetti politici a modernizzarsi con un nuovo patto costituente. (bl)

INDICE: Introduzione, di P. Catellani e P. Corbetta – I. SINISTRA E DESTRA. Una distinzione sfuggente ma necessaria, di S. Vassallo – II. AUTODEFINIZIONI. Il lessico della politica, di P. Corbetta e M. Roccato – III. IDENTIFICAZIONI. Dal partito alla coalizione, di P. Castellani e P. Milesi – IV. EMOZIONI. Il cuore a sinistra, di N. Cavazza e P. Corbetta – V. PREGIUDIZIO. Sguardi diversi sugli altri, di P. Castellani e P. Milesi – VI. EFFICACIA. Fare o lasciar fare?, di P. Catalani e P. Milesi – Riferimenti bibliografici.

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SOLDI AI PARTITI!

I movimenti o partiti possono (quindi, non è obbligatorio?) chiedere il finanziamento adducendo la scusa di un rimborso per le spese elettorali sostenute.

Il finanziamento pubblico è pari ad 1 euro per ogni iscritto alle liste elettorali e per ogni anno di legislatura (in tutto 5 euro in 5 anni di legislatura invece di 4 mila lire, come previsto dalla precedente legge sottoposta a referendum nel 2000).

Ne hanno diritto tutti i partiti o movimenti che hanno superato la soglia dell'1% dei consensi.

Per ogni elezione il singolo partito avrà il finanziamento in proporzione alla percentuale dei voti ottenuti invece che in rapporto ai voti effettivamente ottenuti, naturalmente per aggirare gli effetti dell’astensionismo elettorale.

IL MALLOPPO PER LE ELEZIONI EUROPEE: 250.038.250,00 DI EURO

"La stessa parola rimborso è inesatta. Basti pensare che alle Europee del 1999, prima della legge del 2002, Forza Italia incassò il doppio di quanto speso, i Ds una cifra otto volte superiore, An, insieme al Patto Segni, poco più del triplo di quanto sborsato. Oggi, grazie alle norme approvate nel 2002, come contributi per le Politiche del 2001 il tesoriere di Forza Italia ottiene ogni anno oltre 14 milioni di euro, quello dei Ds poco più di otto, quello di An quasi sei. Senza la riforma di due anni fa le cifre sarebbero ridotte a un terzo" (M. Galluzzo Corriere della Sera 5 ottobre 2004)

sanatoria per i tesorieri dei partiti

Una pioggia di denaro sui partiti politici, con la possibilità di ottenere contributi anonimi fino a 50 mila euro e soldi dallo Stato anche in caso di interruzione della legislatura. Con tanto di sanatoria, e salvacondotto per il futuro, per i loro amministratori rinviati a giudizio. E, se non bastasse, un fondo di garanzia pagato dallo Stato per far fronte ai loro creditori. (Mario Sensini Corriere della Sera del 3 febbraio 2006)

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Non dimenticare la Cecenia! Puoi sostenere il Piano di Pace di Aslan Maskhadov in favore di un'amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite sulla Cecenia firmando l'appello sul sito del TRP <


 
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