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mercoledì 10 ottobre 2012
"una stagione indimenticabile", a vent''anni dal palaeur


lunedì 25 giugno 2012
presentazione del diario di antonio segni 1956-1964


lunedì 9 gennaio 2012
109 costituzionalisti per il si all''ammissibilità


giovedì 17 novembre 2011
un governo per l''europa. rispondere alle sfide globali


venerdì 4 novembre 2011
ci salveranno le primarie?



PNM: giovedì 13 aprile 2006
Postato il Thursday, 19 April @ 11:33:03 CEST di Fabio

Per non mollare

per non mollare

Newsletter per l'azione liberale

 

[…]“Vi è un limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico”. La natura federale di un’assemblea è stabilita dalla sua composizione cioè dal criterio con il quale viene eletta.[…]



(da John Stuart Mill “Saggio sulla libertà” Il Saggiatore, Milano 1997)

 

Anno VII – n. 08 – 13 aprile 2006

 

9.280.161          19,64%

ELETTORI CHE HANNO RIFIUTATO IL RICATTO “DI QUI O DI LA’”

 

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SOTTOSCRIVETE IL MANIFESTO DELLA LIBERTA’ E DITE LA VOSTRA SULLE DODICI PROPOSTE.

 

www.societalibera.org

 

POTRETE ANCHE ADERIRE, VIA INTERNET, AL MOVIMENTO DI OPINIONE.

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ABBIAMO PERSO!

Chi si è battuto per l’astensione ha indubbiamente perso. Non solo è diminuito il numero di astensionisti ma è diminuito anche il numero di coloro che si sono recati nella sezione elettorale ed hanno imbucato nell’urna la loro scheda, annullandola o riponendola bianca. C’è di peggio. E’ diminuita anche l’area di coloro che non si riconoscono nei due poli. Ho paura che occorra una catastrofe per sottrarre consensi rilevanti al regime! Il regime fascista, infatti, è crollato allorché la tragedia della guerra ha convinto i cittadini a ritirargli il proprio consenso.

La nostra battaglia per sottrarre consensi al regime ha subito una indubbia battuta d’arresto. E questa sconfitta potrebbe comportare altre conseguenze. Infatti il “mostro” della legge elettorale potrebbe essere aggredito con un referendum popolare. Per esperienza sappiamo che lo strumento referendario è stato sterilizzato dal regime, rivitalizzarlo con una campagna referendaria su di una legge che ha goduto del consenso di tanti cittadini sembra una lotta velleitaria. Ed allora, che fare? Occorre insistere sulla strada che abbiamo proposto. Ossia realizzare un soggetto politico “di” liberali che si faccia strumento, innanzi tutto, di quei cittadini che sono consapevoli della necessità di riforme liberali per prevenire una possibile catastrofe. Quindi essere pronti ad accogliere chi è rimasto deluso e disgustato in questa tornata elettorale. Forse, così l’iniziativa referendaria,di cui sopra, potrebbe essere meno velleitaria e sarebbe, comunque, solo uno dei mezzi per offrire ai cittadini l’opportunità di un soggetto “di” liberali autonomo ed alternativo ai poli esistenti. (bl)

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* LA BOMBA E’ VICINA

ESULTA TEHERAN

Da IL FOGLIO 12/04/06

Le intenzioni dell'occidente sono del tutto oscure per Abraham Yehoshua. Le scrittore israeliano guarda con preoccupazione il riarmo dell'Iran e allo stesso tempo fatica a decifrare la strategia della comunità internazionale. "Tutti devono riconoscere il pericolo che un regime dei mullah armato di atomica rappresenta", dice Yehoshua al Foglio. Per farlo ci vuole consapevolezza e pressioni costanti. Tutti insieme, ricorda il romanziere saggista da anni in odore di Nobel, "perché anche i paesi del Golfo sono preoccupati, l'economia rischia di precipitare" e la corsa al nucleare innesca disequilibri irreversibili. La minaccia di Teheran non s'indebolisce. Anzi. Ieri il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, si è rivolto giubilante alla nazione con la "bella notizia": "L'Iran fa parte del club dei paesi del mondo in possesso di tecnologia nucleare. E' il risultato della sua resistenza". La dichiarazione è arrivata alla conclusione della festività dell'Eid mauled, il compleanno del Profeta: un modo per mostrare alla nazione che gli obiettivi raggiunti godono della benedizione del signore. "Appresa la notizia, gli iraniani si dovranno prostrare davanti ad Allah", ha sottolineato Ahmadinejad

Centosessantaquattro centrifughe stanno producendo uranio arricchito, ha detto l'ex presidente "pragmatico", Hashemi Rafsanjani. L'unità è stata creata, testata e celebrata nella base di Natanz, uno dei siti che, nelle intenzioni, dovrebbe essere monitorato dall'Agenzia atomica dell'Onu e che, sempre secondo le intenzioni, dovrebbe essere chiusa entro pochi giorni, allo scadere dell"'ultimatum" lanciato il 29 marzo dal Consiglio di sicurezza. Mohammed ElBaradei, direttore dell'Aiea, come stabilito la settimana scorsa, si è recato a Teheran, con la solita, reiterata speranza di trovare un compromesso con i mullah. Ahmadinejad, che è ospitale soltanto con gruppi come Hezbollah o Hamas, l'ha accolto con un avvertimento mortifero: il regime dei mullah non ha paura, non rispetterà alcuna condizione, entrerà a far parte del club delle nazioni nuclearizzate. Come ha scritto il commentatore iraniano, Amir Taheri: “Che cosa vogliono esattamente i leader di Teheran? Niente in particolare, semplicemente tutto".

La Casa Bianca ha detto ieri di voler tornarepresto al Consiglio di sicurezza per coordinare la risposta, ma non c'è una strategia comune in occidente: lo scoop del New Yorker su un attacco imminente da parte di Washington è stato visto in Europa come un tradimento degli Stati Uniti rispetto alla strategia multilaterale, nonostante la celere smentita della Casa Bianca. AB Yehoshua, in realtà, teme che la comunità internazionale non stia prendendo sul serio l'estremismo di Ahmadinejad — come già aveva fatto nella Prima guerra del Golfo con Saddam Hussein in Iraq — e che. anzi, si sia quasi rassegnata all'idea che l'Iran dei mullah sia dotato di Bomba. Il jihad nucleare non è un mistero. Nei prossimi giorni, il presidente iraniano ha indetto una conferenza su Gerusalemme, ha invitato centinaia di persone da tutto il medio oriente con i membri di Hamas in prima fila (che vanno a Teheran soprattutto per batter cassa). Durante il summit si parlerà del "nemico sionista", ribadendo le minacce conto Israele, la cancellazione dalla mappa dell"'entità sionista". La conferenza è stata organizzata per mostrare all'occidente che l'Iran non è isolato e che tutti i rappresentanti dei paesi che vi parteciperanno appoggiano la sua politica.

Yehoshua, che parla dalla sua casa di Haifa, s'infervora e ribadisce che il nucleare iraniano non è un problema soltanto di Israele, ma di tutto il medio oriente: "Nessuno ha mai dichiarato illegittimo l'Iran o annunciato che deve essere cancellato dalla mappa — dice Yehoshua, riferendosi al discorso del presidente iraniano contro Israele — Non esiste alcun motivo valido per questa corsa al nucleare". Anzi, spiega Yehoshua, nonostante i piani per ottenere la bomba atomica, nessuno in occidente ha mai minacciato seriamente di volere estromettere con la forza Ahmadinejad. L'unica spiegazione è la "pazzia ambiziosa fondamentalista" che non conosce la parola "democrazia". Ma l'intellettuale israeliano ha ancora qualche speranza, dice che forse c'è ancora qualche briciola di razionalità in Iran e vuole credere che "non tutti all'interno del regime sono come Ahmadinejad e che davanti a dure sanzioni economiche si tirino indietro". Per Yehoshua, che non può essere tacciato di alcuna mania guerrafondaia, la forza militare non può essere la prima opzione, ma se la diplomazia non basta allora bisogna cambiare strategia. Con le sanzioni per esempio.

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* MFE

REFERENDUM EUROPEO

Il Comitato Centrale del Movimento Federalista Europeo […]

Decide di lanciare una Campagna per un referendum europeo, nel quadro dell’UEF, per raccogliere 1.000.000 di firme su una petizione da presentare al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio affinché, in occasione dell’elezione del Parlamento europeo, del 2009, i cittadini europei possano esprimere direttamente la loro volontà sul progetto di Costituzione europea, nel testo attuale o in una versione migliorata;

invita tutte le forze politiche democratiche, le istituzioni, gli enti locali e le organizzazioni della società civile a sostenere la Campagna per un referendum europeo.

Roma, 25 marzo 2006

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* LA SOLIDARIETÀ SPETTA ALL' INDIVIDUO NON ALLO STATO

VOTATE BENEDETTO XVI: NELLA SUA ENCICLICA TRASPARE L' IDEA LIBERALE DI «SOCIETÀ APERTA»

Di Piero Ostellino dal CORRIERE DELLA SERA 08/04/06

«Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un' istanza burocratica che non può assicurare l' essenziale di cui l' uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l' amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto». Di chi sono queste parole? Di Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni? Di Friedrich August von Hayek nella Via della schiavitù? Di Luigi Einaudi nelle Lezioni di politica sociale? Della Margaret Thatcher della rivoluzione neo-liberista inglese? No, sono di Papa Benedetto XVI nell' Enciclica Deus caritas est. Il Pontefice teorico del rapporto fra Fede e Ragione ha dedicato la sua prima Lettera pastorale a un sentimento. All' Amore. Sostituite Amore con Compassione e siete nell' Illuminismo scozzese «delle virtù sociali» che è a fondamento etico e politico del liberalismo. (Vedi la Teoria dei sentimenti morali dello Smith teorico dei comportamenti individuali «compassionevoli» e La ricchezza delle nazioni dello Smith teorico dei comportamenti collettivi «egoisti», gli uni e gli altri non affatto in contraddizione fra loro). Il Pontefice avversario del Relativismo etico riconduce il concetto di Carità all' interno del suo naturale e corretto alveo, che è il soggettivismo volontaristico della Persona («il valore insostituibile della testimonianza individuale»), recuperando alla Solidarietà il suo significato autentico, che è morale, rispetto alla pretesa della cultura collettivistica, dirigista, corporativa, statalista e, in definitiva, totalitaristica - che ha fatto capolino anche durante la campagna elettorale - di iscriverla fra gli obblighi politici. Il Pontefice dell' universalismo etico cristiano, tuttavia, scrive: «Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica... La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile», riproponendo non solo la distinzione tra Stato e Chiesa, ma anche e soprattutto quella metodologica fra Politica - che governa gli uomini subito, qui, ora, attraverso il principio dell' obbligo politico - e Filosofia morale, che tende a formarne le coscienze attraverso il convincimento, «per via dell' argomentazione razionale». Benedetto XVI condanna le filosofie palingenetiche che, con la pretesa di trovare «la soluzione universale a ogni problema», sacrificano «l' uomo che vive nel presente... al Moloch del futuro, un futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia». Parole che riecheggiano la polemica di un altro grande liberale, Karl Popper, a favore del riformismo contro il massimalismo, «un metodo la cui adozione può facilmente diventare un alibi per il continuo rinvio dell' azione a una data successiva, quando le condizioni risultino più favorevoli». La campagna elettorale ha rivelato quanto sia ancora grande la distanza fra l' idea liberale di «società aperta» - che sul piano sociale ed economico traspare persino dall' Enciclica - e quella dirigista di «società eterodiretta» che è emersa dalle enunciazioni di certi candidati. Perciò, da liberale, laico e non credente, do anch' io un' indicazione di voto: votate Benedetto XVI.

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* ingovernabilità imminente

PERCHÉ QUESTE ELEZIONI POTREBBERO SEGNARE LA FINE DEL NOSTRO BIPOLARISMO ANOMALO.

di Enrico Cisnetto da IL FOGLIO 7/04/06

Sul Foglio di ieri è comparso il solito sondaggio pre-elettorale tra i "foglianti". Per una dimenticanza, non compare il mio nome e la relativa indicazione di voto. Ne approfitto non solo per rimediare, ma per provare a fare un ragionamento sulla condizione del paese, contando sulla più assoluta libertà di cui godo da oltre otto anni in questo spazio (colgo l'occasione per ringraziare di cuore Giuliano Ferrara e il Foglio per i 450 articoli che ho potuto scrivere in Tre palle, un soldo").

L'Italia ha interrotto, con l'inizio degli anni 90, cioè non casualmente quando è caduta la Prima Repubblica, la lunga stagione di sviluppo economico e di crescita civile che era iniziata nel dopoguerra. Da allora — cioè da quando il processo di unificazione monetaria europea, la rivoluzione tecnologica che ha aperto l'era digitale e il processo di globalizzazione hanno cambiato la faccia del mondo senza che noi prendessimo le adeguate contromisure — siamo un paese in declino che rischia una lenta quanto inesorabile decadenza e una crescente marginalizzazione. Non è questa la sede per tornare a elencare tutti gli indicatori di tipo strutturale - economici ma non solo, penso per esempio quelli relativi alla giustizia — che portano a questa realistica conclusione (pessimismo e ottimismo sono stati d'animo). Con la quale si può essere o meno d'accordo, ma è certo che se lo si è la bocciatura dell’esperienza e dei protagonisti della Seconda Repubblica non può che risultare drastica e totale. Ora, è vero che la democrazia dell'alternanza induce a scegliere il "meno peggio", ma qui c'è un'intera classe dirigente che porta una triplice imperdonabile responsabilità: non solo di non aver saputo fronteggiare il declino, non solo di non aver avuto il coraggio di dire la verità al paese, ma anche e soprattutto di non aver neppure capito che razza di castrazione si stia inferendo al nostro futuro. Vi assicuro, non sono animato da alcuna pulsione disfattista, né tantomeno qualunquista. Vorrei tanto sbagliarmi, vorrei che la mia concezione lamalfiana (nel senso di Ugo) del paese e del suo sistema politico come luogo per l'esercizio della suprema responsabilità, quella dell'interesse generale, trovi almeno in parte una corrispondenza nella realtà. Purtroppo, però, prevale l'idea che questo paese — che da Ugo La Malfa ho imparato ad amare — si stia "buttando via". Nè, d'altra parte, lo spettacolo indecente di questa campagna elettorale — fatta di risse, volgarità, reciproche delegittimazioni, programmi generici e promesse irrealizzabili, con due leader, gli stessi di dieci anni fa, che hanno già fallito alla prova dei fatti — induce a trovare conforto nella fase politica che si aprirà dopo il 9 aprile. La mia idea è che entrambe le coalizioni hanno la possibilità di vincere, ma che nessuna delle due avrà la capacità di governare (compreso fare l'opposizione in modo serio e costruttivo). Si tratta di un problema di classe dirigente, certo, ma anche di sistema politico. Il nostro è un falso bipolarismo, in cui vince chi promette di più e aggrega una quantità maggiore di forze, salvo poi non essere in grado di soddisfare le aspettative suscitate e ritrovarsi ricattato dalle minoranze più estreme. Anzi, la mia previsione è che la Seconda Repubblica stia per esalare i suoi ultimi respiri: chi perderà non reggerà l'urto della sconfitta e si dividerà; chi vincerà non ce la farà a governare, non fosse altro per la gravità crescente dei problemi da affrontare, e finirà per rompere la propria maggioranza. Non facciamo gli ipocriti: tutti, nei palazzi romani, scommettono su questo esito. L'unica variabile è il tempo. Dipenderà dallo scarto elettorale, o meglio dalla forbice che ci sarà al Senato, visto che il premio di maggioranza (incredibile che questa schifezza di nuova legge elettorale la si chiama proporzionale) assicura alla Camera un vantaggio di seggi non larghissimo ma sufficiente. Voglio dire che tanto più saremo vicini al "pareggio" e tanto prima il sistema collasserà. Lo so che si tratta di una prospettiva cupa, ma l'ingovernabilità e comunque certa, perché è sciocco sperare che per magia si trasformi un sistema che non funziona da 13 anni. Invece, se vogliamo una nuova stagione politica che combatta il declino, bisogna scomporre e ricomporre partiti e coalizioni, e occorre riscrivere le regole comuni attraverso un'Assemblea costituente. Detto questo, cosa voto? Astensione consapevole.

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* Nozze omosessuali in Spagna,

il primo «sì» nel Partito popolare

da CORRIERE DELLA SERA 10/04/06

Primo matrimonio gay di un esponente con incarico ufficiale del Partito popolare spagnolo, da sempre contrario alla legge sulle nozze omosessuali voluta dal governo socialista di Zapatero. José Araujo, assessore alla Cultura di Ourense, Galizia, ha sposato l'imprenditore Nino Crespo. Il sindaco (un Popolare) che ha ufficiato le nozze, s'è detto «orgoglioso di sposare un amico». Tra i 350 invitati anche Alberto Nunez Jeijoo, che ha sostituito alla guida dei Popolari galiziani Manuel Fraga, il quale  spiega l'omosessualità come «difetto del cromosoma».

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* UNIONE DELLE CAMERE PENALI ITALIANE

GIUSTIZIA: CHE FARE?

Al termine di una campagna elettorale caratterizzata da uno scontro al calor bianco tra i diversi schieramenti politici, l’UCPI avverte la necessità di fare il punto sulla situazione della giustizia penale, in vista degli scenari che si profilano per la prossima legislatura. Va subito sottolineato che l’opinione dei penalisti italiani viene espressa in totale autonomia dagli orientamenti che, al riguardo, agitano il confronto elettorale, e prescinde dagli esiti del medesimo: quale che sia lo schieramento vincitore, ed al di là dalle contrapposizioni propagandistiche  che su molte questioni sono in realtà solo apparenti, i problemi legati alla giustizia penale appaiono infatti ben lungi dall’essere affrontati in maniera organica ed alla luce di una visione, prima di tutto culturale, moderna ed avanzata, della giustizia penale. Deve essere ben chiaro che l’avvocatura penale ritiene non più procrastinabile un intervento legislativo che non solo difenda il giusto processo, garantisca la terzietà del giudice, riformi il codice penale e la legge professionale - tutti temi sui quali inutilmente si sono richiamate le forze politiche nel corso della passata legislatura - ma che, soprattutto, si ispiri ad una idea organica, moderna, condivisa, della funzione del processo e della pena. Continuare a contrapporsi, come fino ad oggi è avvenuto, su specifici interventi settoriali, sulle singole norme, spesso partendo da episodi della cronaca ed in funzione di mera acquisizione del consenso, non è degno della funzione della politica ed è un male che attraversa entrambi gli schieramenti.

Larga parte del dibattito sulla giustizia svolto nel corso della campagna elettorale, così come ormai da tempo avviene, si è imperniato sulla problematica della ragionevole durata dei processi. Il punto è certamente uno dei più critici della giurisdizione, poiché si traduce in una endemica denegata giustizia che colpisce tutte le parti e tutti gli interessi che nel processo si confrontano: da quelli degli imputati a quelli delle persone offese dal reato. Di fronte a tale problematica bisogna interrogarsi sulle reali cause del fenomeno, che sono in primo luogo legate alla pessima gestione amministrativa della macchina burocratica, alla carenza di fondi, alla scarsa professionalità di chi è chiamato a gestire i tempi del processo. Quel che è noto, infatti, agli addetti ai lavori - anche se poi lo si dimentica volutamente - è che i tempi morti dei processi si verificano durante le indagini preliminari, ovvero tra una udienza e l’altra e tra un grado e l’altro del giudizio, senza essere affatto legati all’esercizio della giurisdizione.

Tutto ciò si deve affrontare e risolvere in concreto, ma non può divenire l’occasione per una regressione del sistema processuale. Se la lunghezza dei processi penali è un problema, e certamente lo è, la retorica della rapidità del giudizio che si sta facendo strada  rischia infatti di diventare un problema ancor più grande. Nel processo penale si confrontano beni di primaria importanza quali il controllo di legalità da un lato e il diritto di libertà da un altro.

La scelta del modello accusatorio, accolto nel 1989 e confermato con la riforma costituzionale del 2000, è una opzione sistematica ormai definitiva che assicura il giusto equilibrio di quei beni. Tra coloro che invocano processi brevi, condanne rapide, giustizia efficace si nascondono quanti - in particolare, una parte della magistratura - non hanno mai accettato l’abbandono del sistema inquisitorio e non smettono di additare, invero genericamente, le inutili duplicazioni di garanzie. Sappiano costoro, e sappia la politica nel suo complesso, che indietro non si può e non si deve tornare.

Nel corso della passata legislatura la magistratura, attraverso il suo sindacato ma anche  per mezzo dei suoi più alti vertici istituzionali, è intervenuta nel dibattito sulla politica legislativa in maniera sistematica. L’UCPI, come è noto, ha sempre difeso e continuerà a difendere la libertà della giurisdizione, un bene che non appartiene a nessuno e deve essere inteso in primo luogo come  garanzia per i cittadini. Per questo motivo, di fronte ad alcune proposte contenute nelle prime formulazioni della riforma dell’ordinamento giudiziario, i penalisti sono scesi in campo senza esitazioni a difesa di quel valore. Identicamente è avvenuto anche quando talune prese di posizione di esponenti politici o istituzionali hanno attaccato il concreto esercizio della giurisdizione, non per criticare le singole decisioni giudiziarie, ciò che sempre ammissibile in una democrazia, bensì per invocare – a seconda dei diversi orientamenti politici –  una giustizia di piazza, ovvero in linea con la ragion di Stato, o infine ispirata ai dubbi criteri del politically correct.

Non sempre, per la verità, in ognuna queste occasioni la voce della magistratura, associata o non, si è unita a quella della avvocatura. Al contrario, in diversi momenti si sono dovuti registrare imbarazzanti silenzi da parte della magistratura associata,  pronta a fare le barricate anche per gli aspetti più minuti e settoriali della legge che ne regola l’ordinamento, ma singolarmente dimentica della libertà di giudizio dei giudici di sorveglianza quando, ad esempio, questa è stata attaccata dai politici di entrambi gli schieramenti in nome del 41 bis. La libertà della giurisdizione, però, non ha nulla a che vedere con la pretesa di condizionare la produzione legislativa del Parlamento, non ha nulla che vedere con la difesa corporativa dei privilegi, non ha nulla che vedere con la pratica della resistenza interpretativa delle leggi sgradite, non ha nulla a che vedere – soprattutto – con la rivendicazione di un potere di veto che arriva fino al punto di indicare agli schieramenti politici l’avversione, tutta ideologica, a questo o quell’esponente candidato al dicastero della giustizia.

Negli ultimi tempi, approfittando anche delle scomposte prese di posizione di politici e di rappresentanti delle istituzioni, la magistratura italiana ha rivendicato non solo quella autonomia e quella indipendenza che la Costituzione le assegna, ma anche una egemonia sui temi della giustizia che invece è il retaggio di una sistematica invasione di campo, anni fa riconosciuti e rigettati dalla politica senza distinzione di schieramenti. Chiunque risulterà vincitore, assieme al rispetto per l’indipendenza e la libertà della giurisdizione, allora dovrà recuperare l’autonomia della politica. Se gli aut-aut del sindacato dei magistrati, in tema di ordinamento giudiziario, sulla legge di riforma delle impugnazioni, sul rafforzamento del doppio binario, sull’affievolimento della regola della formazione della prova in contraddittorio, saranno recepiti nel tentativo di ingraziarsi e blandire un ordine dello Stato più temuto che realmente rispettato, sarà l’avvocatura, con tutte le sue forze, a difendere il principio di separazione dei poteri.

Inutilmente, nel corso della passata legislatura, l’UCPI ha lanciato appelli alla politica, alla accademia, alla stessa magistratura, affinché i temi della giustizia fossero affrontati in uno spirito di rispetto reciproco, senza erigere steccati, senza tentazioni egemoniche, senza condizionamenti dettati da interessi particolari. Inutilmente i penalisti hanno tentato di ragionare sulla essenza delle scelte, prescindendo dalla strumentalizzazione dei singoli temi. Purtroppo l’appello è caduto nel vuoto ed al dialogo si è sostituito il muro contro muro. Occorre voltare pagina. Occorre anche, però, che vi sia chiarezza nel dibattito e che si riconosca un modello di giustizia penale al quale riferirsi, senza ambiguità. Il modello processuale, quello del giusto processo scelto dalla Costituzione, deve imporre una revisione del codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989. Al riguardo il futuro legislatore non potrà prescindere dalla elaborazione della commissione  ministeriale che ha lavorato nel corso di questa legislatura, così come dalla analisi delle proposte giacenti nelle commissioni parlamentari. Identicamente dovrà avvenire per ciò che riguarda le elaborazioni delle diverse commissioni che in questa legislatura, e nelle precedenti, si sono occupate della riforma del codice penale. In questo caso il modello dovrà essere quello del diritto penale minimo e del fatto.

E’ necessario che l’autonomia del pensiero giuridico, attraverso il coinvolgimento di tutte le sue componenti, riprenda il proprio spazio senza essere travolta dalle contingenze delle politica, senza cedimenti ancillari. Lo sconfortante atteggiamento che in questi giorni, in presenza di fatti di cronaca che colpiscono la coscienza di ognuno, rappresentanti della politica equamente distribuiti nei due campi hanno assunto di fronte alle tematiche della pena e della repressione di gravi reati, è ispirato solo alla demagogica ricerca del consenso. Metodo che ha portato anche alla  approvazione di leggi (come la Cirielli o la stabilizzazione del 41 bis) che hanno segnato un arretramento del sistema penale. La pena deve essere certa, la sua applicazione deve tenere conto della personalità del reo, ma il principio di emenda è un tratto irrinunciabile del sistema costituzionale del nostro paese. Bisogna arrestare la continua erosione della legge sull’ordinamento penitenziario, posta in essere in nome di una visione  tanto demagogica quanto fallimentare proprio sul terreno della prevenzione. I cittadini devono sapere che, laddove applicati con saggezza ed intelligenza, i benefici penitenziari abbattono la reiterazione dei comportamenti illegali: sono un presidio contro la criminalità, non un favore ad essa. Del resto, non si può tacere che le carceri italiane sono indegne di un paese civile, almeno quanto indegno è stato il balletto sui provvedimenti di clemenza cui abbiamo assistito nel corso della passata legislatura.

La legislatura che si apre non potrà che riprendere il discorso sulla terzietà del giudice, di certo non garantita dall’ordinamento giudiziario ereditato dal fascismo, ma neppure dalla blanda e fiacca separazione delle funzioni appena introdotta (la quale, tuttavia, non dovrà certo essere messa in discussione secondo i diktat della magistratura). Il problema, anche in questo caso, non si esaurisce nelle rivendicazioni sindacali dei magistrati ovvero nelle giaculatorie sulla cultura della giurisdizione o su inesistenti pericoli di sottoposizione del PM all’esecutivo. La garanzia della terzietà è obbligo costituzionale non ancora rispettato che identifica un modello di giurisdizione dialettico, non autoritario, strettamente connesso al concetto del giusto processo, in cui la decisione è ed appare il frutto della assoluta libertà del giudice da qualsiasi condizionamento. Un tema alto, al quale la politica non ha ancora saputo dare risposta  e che la magistratura tratta con visione angusta e parasindacale, quando non  con ispirazione neoinquisitoria ed illiberale. I penalisti si sono battuti e continueranno a battersi affinché questa questione non venga accantonata, né strumentalizzata in maniera impropria e demagogica.

Il panorama internazionale mette la nostra società di fronte ad una sfida rinnovata per la tutela della civiltà giuridica, dei diritti umani, di una idea della giustizia giusta che non accetta cedimenti o scorciatoie. Questa sfida ha riguardo anche al processo di costruzione dello spazio giudiziario europeo, che in troppi identificano solo come terreno di cooperazione delle attività di polizia, di circolazione delle prove o delle condanne: nuovamente una idea legata alla efficacia della repressione alla quale rimangono estranee la difesa del diritto individuale e delle garanzie. Anche su tali temi il dibattito in Italia si è spesso trasformato in un demagogico confronto tra amici ed avversari del processo di unificazione europea senza alcun riguardo alla natura dei valori in discussione. Anche su questo occorre decisamente voltare pagina.

Auspicavamo, all’apertura di questa campagna elettorale, che si parlasse di tutto questo; ciò non è avvenuto ma tornerà ad occupare la scena politica tra qualche giorno. Nel rispetto dei ruoli e della sua tradizione di difesa delle libertà, l’avvocatura penale farà la sua parte.

Roma 7 aprile 2006

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* VENETO LIBERALE

LO SPAZIO PER I LIBERALI

La direzione di Veneto liberale riunita oggi 12 aprile, esaminato l'ordine del giorno osserva quanto segue.

Il dato su cui Veneto liberale faceva affidamento era l'allargamento dell'area del non voto quale manifestazione di dissenso nei confronti dell'attuale bipolarismo rappresentante il regime partitocratrico.

L'affluenza alle urne è stata pari a 39.507.943 elettori, ossia pari all'83,5% del corpo elettorale nazionale che consisteva di 47.258.305 cittadini. L'affluenza alle urne è stata, quindi, più ampia che in passato.

Vari sono i motivi di questo fenomeno: da un lato la capacità dei due schieramenti contrapposti di attirare comunque consensi, anche sollecitando lo spirito di competizione sportiva che culturalmente accomuna la stragrande maggioranza dei cittadini, dall'altro il discredito, da parte dell'opinione pubblica, che avrebbero subito gli eventuali astensionisti visto che si è data notevole pubblicità al "dovere civico" del voto, così come letteralmente indicato nella nuova legge elettorale.

Comunque l'area delle coalizioni del bipolarismo è oggi pari a 37.978.144 elettori e l'area che non si è allineata è pari a circa il 20% del corpo elettorale nazionale (9.280.161).

E' comunque un'area interessante perché è composta non solo da astensionisti ma anche da chi si è recato a votare ed ha annullato il proprio voto o ha inserito nell'urna la propria scheda elettorale in bianco (e sono circa 1.000.000 di persone). Dato che la scheda elettorale ed il modo di votare erano abbastanza semplici (bastava fare un segno su un simbolo, senza apporre alcuna scritta) le schede nulle sono una quantità abbastanza elevata, come ha sottolineato lo stesso ministro Tremonti. Ossia sono schede elettorali annullate di proposito. Quindi, è comunque emersa, con maggior chiarezza che in passato, un'area di radicale dissenso.

A questa area dobbiamo comunque prestare attenzione.

I liberali che hanno accettato di schierarsi "di qua o di là" si trovano oggi mescolati tra nostalgici orfani del compromesso storico, massimalisti, giustizialisti, comunisti e furbi populisti, neoclericali e statalisti. A differenza del 2001, allorché il centrodestra riuscì ad ottenere ampie maggioranze sia alla Camera che al Senato, in queste elezioni la maggioranza al Senato è notevolmente limitata. Inoltre il presente Parlamento è soggetto ad una legge elettorale che favorisce la conflittualità intracoalizione, il che indurrà le componenti più estremiste a pretendere più spazio. Perciò quei liberali potrebbero convincersi che è il caso di prendere le distanze dagli ex alleati e traghettare verso un nuovo soggetto antagonista ed alternativo alle coalizioni, oggi, di moda.

a) Il progetto "Rosa nel pugno", utilizzato dai radicali quale strumento per l'operazione "ospitalità" nel centrosinistra, raggiunto l'obiettivo minimo della presenza parlamentare di una pattuglia di deputati, verificato che non può conseguire di più, anzi verificata la perdita di credibilità nell'associazione con lo SDI, potrebbe dissolversi rendendo riutilizzabili le energie umane e finanziarie, oggi congelate.

b) Il progetto "Salmoni", altro esempio di strumento per l'operazione "ospitalità", però nel centrodestra, avendo conseguito il minimo della presenza di Benedetto della Vedova in Parlamento, verificato che non può conseguire di più,  potrebbe mettere in libera uscita le proprie energie.

c) Alcuni orfani dei partiti laici, non avendo conseguito delle nicchie negli schieramenti conservatori, potrebbero interessarsi a qualcosa di diverso dallo sterile "entrismo" praticato.

d) La furia abrogazionista delle leggi berlusconiane da parte dell'Unione, mettendo in crisi il progetto riformista del "partito democratico", potrebbe indurre anche i liberal a dare il loro contributo, quali riformisti, a qualcosa che sia diverso dalla semplice operazione nostalgica del minicompromesso storico immaginato da Rutelli.

Pertanto si manifesta, ancora una volta, la propria disponibilità a partecipare a qualsiasi iniziativa per la radicale alternativa liberale al regime, regime oggi impersonificato dall'attuale bipolarismo, sostenendo almeno

  1. il modello di organizzazione federale come strumento per il nuovo soggetto politico nazionale;
  2. la modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, all'inglese;
  3. l'assemblea costituente per le riforme istituzionali;
  4. la "europeizzazione" dei cittadini.

Sull'esito delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile c'è da dire che una manciata di voti (circa 25.000), a fronte della presenza di un consistente numero di voti contestati (circa 50.000), non può determinare la vittoria di una parte politica nei confronti dell'altra. Quindi fa bene il Presidente Ciampi a non affidare l'incarico al prof. Prodi, ritenendo opportuno prima far insediare il nuovo Parlamento con la proclamazione degli eletti (28 aprile) e poi lasciar serenamente riunire il collegio per l'elezione del nuovo Presidente della Repubblica (13 maggio) consegnando a questi l'onere di assegnare l'incarico di Presidente del Consiglio, come prescrive la Costituzione.

Infine vi saranno elezioni amministrative (28 e 29 maggio e 11 e 12 giugno) e il referendum costituzionale (forse l'11 e il 12 giugno) che potranno essere colte come occasioni per un'azione politica dell'associazione.

Concludendo: l'immobilismo conservatore, che Veneto liberale aveva paventato, quale ulteriore motivo legittimante lo sciopero del voto, è acuito dalla debolezza di qualsiasi maggioranza governativa la quale dovrà tenere conto, oltre che della mancanza di coesione della propria coalizione, anche delle richieste di una folta opposizione. La ipotesi di una "grosse koalition", suggerita anche dal premier Berlusconi, è una eventualità che non può essere aprioristicamente esclusa. L'elezione degli organi del nuovo Parlamento e del Presidente della Repubblica, potrebbero essere le occasioni per sperimentare operazioni trasformistiche con l'alibi di ricucire "l'Italia spaccata". La "spaccatura" conseguente al confronto elettorale è un fatto fisiologico, quindi non desta alcuna preoccupazione. Quello che, invece, desta gravi preoccupazioni è la evidenziazione di una "questione settentrionale" cui le attuali coalizioni non prestano la minima attenzione.

Pertanto si aprono spazi per una "offerta" liberale che possa soddisfare la "domanda" di riforme politiche, economiche e civili che nessuno dei due poli è in grado di realizzare.

Castelfranco Veneto 12/04/06

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LETTURE

JOHN STUART MILL “SAGGIO SULLA LIBERTA’” Il Saggiatore, Milano 1997

CONTRO OGNI DISPOTISMO

“Vi è un limite alla legittima interferenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico”. Lo scriveva Stuart Mill nel suo famosissimo saggio “On liberty” del 1859. Ci siamo trovati oggi, nel XXI secolo, nel bicentenario della nascita di questo grande liberale, di fronte ad una legge che proclamando il “dovere civico” del voto induce l’opinione collettiva ad interferire sull’indipendenza individuale considerando spregevoli coloro che, rivendicando il diritto di voto; invitano a disobbedire al dovere preteso dal potere politico. Il dovere, ossia l’obbligatorietà del voto è stato sempre richiesto da quei regimi politici che ritenevano formale la volontà popolare e che serviva solo a ratificare le scelte che i gerarchi avevano già compiuto per conto dei sudditi. Per questo l’invito a disobbedire alla pretesa del regime è stato un atto da liberali.

Il “Saggio sulla Libertà” contiene la denuncia del pericolo della “uniformità” della società civile e della “tirannia della maggioranza”. Il rimedio è la libertà di parola che è l’unica salvaguardia delle differenze delle opinioni. “Nella nostra epoca - scrive Mill - il semplice esempio di anticonformismo, il mero rifiuto di piegarsi alla consuetudine, è di per se stesso un servigio all’umanità. Proprio perché la tirannia dell’opinione è tale da rendere  riprovevole l’eccentricità per infrangere l’oppressione è auspicabile che gli uomini siano eccentrici”. Quanto è simile ad una famosa esortazione di Pasolini questa frase. Pasolini esortava i radicali ad essere sempre “irriconoscibili”.

Per questo le istituzioni dovrebbero garantire la vita delle opinioni eccentriche. Per questo non sono liberali quelle istituzioni che, soffocando l’anticonformismo, lo rendono deplorevole.

“...il valore di uno stato è il valore degli individui che lo compongono...uno stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi”.

De Ruggiero, nella sua storia del liberalismo europeo, giudicò il saggio di Mill “suggestivo, eppure manchevole, che si appiattisce a poco a poco, e lascia infine un’impressione di scontento e di vuoto. Sarà stato il suo hegelismo ed il suo storicismo a fargli avere questa impressione, invece, al sottoscritto, l’impressione di “vuoto e di scontento” lo danno le istituzioni e la società presente: l’eccentricità viene sempre deplorata. (bl)

(Aggiornamento di “Siate irriconoscibili” pubblicato da “Idea Liberale” n. 11, giugno-luglio 1998)

SOMMARIO: I. Introduzione – II. Della libertà di pensiero e discussione – III. Dell’individualità come elemento del bene comune – IV Dei limiti all’autorità della società sull’individuo – V. Applicazioni

GIOVANNI SARTORI “MALA COSTITUZIONE” Editori Laterza, Roma – Bari 2006

E ALTRI MALANNI

Questo libro del prof. Giovanni Sartori raccoglie gli articoli scritti per il “Corriere della Sera” in questi ultimi tempi. Soprattutto si parla della nuova “Costituzione”, elaborata dal governo Berlusconi, che potrebbe essere abrogata da un referendum. E la nuova battaglia, per Sartori la più importante di tutte, è proprio sulla “mala Costituzione”. I tempi cattivi, oggetto della precedente raccolta di articoli (“Mala tempora”) perdurano e promettono di continuare.

L’essere caduti dalla padella del “mattarellum” nella brace del “proporzionellum”, con il rischio di un ritorno al finto maggioritario appena sostituito con il finto proporzionale, promettono tempi grami per la governabilità. Sartori afferma, e sul punto concordo, il sistema elettorale è sempre all’inizio. Infatti è il sistema elettorale che struttura il sistema partitico, perciò una buona governabilità può essere assicurata da governi anche di coalizione, purché vi sia un partito che abbia la forza di detenere la leadership e di resistere ai ricatti degli alleati. La debolezza dei governi di coalizione, come è conosciuta dalla tradizione nazionale, dipende dal fatto che le maggioranze sono più algebriche piuttosto che aritmetiche. E queste maggioranze sono il frutto di cattive leggi elettorali. Perciò è indispensabile una legge elettorale seria quale premessa per strutturare un sistema partitico coerente con il buon governo. Naturalmente Sartori ha le sue preferenze.

Sartori affronta, nei suoi articoli, altri “malanni” quali l’attacco delle gerarchie ecclesiastiche alla laicità, la sfida della Cina nei confronti dell’Occidente ad alto costo di lavoro, il degrado economico-politico, nonché la denuncia degli errori commessi da coloro che si ritengono antagonisti del governo Berlusconi.

Si tratta di una buona raccolta di articoli che fa riflettere sull’azione politica che dovrà essere realizzata nei prossimi mesi, dopo le elezioni politiche, visto anche l’importante appuntamento referendario che avrà per oggetto la riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi. (bl)

SOMMARIO: Prefazione – 1. Questioni di principio – 2. Mala Costituzione – 3. Mala sinistra – 4. Cina, embrioni ed altri malanni.

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SOLDI AI PARTITI!

I movimenti o partiti possono (quindi, non è obbligatorio?) chiedere il finanziamento adducendo la scusa di un rimborso per le spese elettorali sostenute.

Il finanziamento pubblico è pari ad 1 euro per ogni iscritto alle liste elettorali e per ogni anno di legislatura (in tutto 5 euro in 5 anni di legislatura invece di 4 mila lire, come previsto dalla precedente legge sottoposta a referendum nel 2000).

Ne hanno diritto tutti i partiti o movimenti che hanno superato la soglia dell'1% dei consensi.

Per ogni elezione il singolo partito avrà il finanziamento in proporzione alla percentuale dei voti ottenuti invece che in rapporto ai voti effettivamente ottenuti, naturalmente per aggirare gli effetti dell’astensionismo elettorale.

IL MALLOPPO PER LE ELEZIONI EUROPEE: 250.038.250,00 DI EURO

"La stessa parola rimborso è inesatta. Basti pensare che alle Europee del 1999, prima della legge del 2002, Forza Italia incassò il doppio di quanto speso, i Ds una cifra otto volte superiore, An, insieme al Patto Segni, poco più del triplo di quanto sborsato. Oggi, grazie alle norme approvate nel 2002, come contributi per le Politiche del 2001 il tesoriere di Forza Italia ottiene ogni anno oltre 14 milioni di euro, quello dei Ds poco più di otto, quello di An quasi sei. Senza la riforma di due anni fa le cifre sarebbero ridotte a un terzo" (M. Galluzzo Corriere della Sera 5 ottobre 2004)

sanatoria per i tesorieri dei partiti

Una pioggia di denaro sui partiti politici, con la possibilità di ottenere contributi anonimi fino a 50 mila euro e soldi dallo Stato anche in caso di interruzione della legislatura. Con tanto di sanatoria, e salvacondotto per il futuro, per i loro amministratori rinviati a giudizio. E, se non bastasse, un fondo di garanzia pagato dallo Stato per far fronte ai loro creditori. (Mario Sensini Corriere della Sera del 3 febbraio 2006)

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Non dimenticare la Cecenia! Puoi sostenere il Piano di Pace di Aslan Maskhadov in favore di un'amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite sulla Cecenia firmando l'appello sul sito del TRP www.radicalparty.org

Olivier Dupuis – Già segretario del Trasnational Radical Party

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CAMPAGNA OTTO PER MILLE

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