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mercoledì 10 ottobre 2012
"una stagione indimenticabile", a vent''anni dal palaeur


lunedì 25 giugno 2012
presentazione del diario di antonio segni 1956-1964


lunedì 9 gennaio 2012
109 costituzionalisti per il si all''ammissibilità


giovedì 17 novembre 2011
un governo per l''europa. rispondere alle sfide globali


venerdì 4 novembre 2011
ci salveranno le primarie?



PNM: martedì 25 aprile 2006
Postato il Thursday, 19 April @ 11:56:05 CEST di Fabio

Per non mollare

per non mollare

Newsletter per l'azione liberale

 

[…]“Uno dei difetti abituali delle teorie del POTERE nella scienza politica è quello di concepire il rapporto di potere […]a senso unico, distinguendo due categorie stabilmente definite, e per così dire in comunicanti, di soggetti del rapporto: i governanti e i governati. […] Queste teorie trascurano semplicemente il fatto che anche il più umile dei soggetti del rapporto di potere non è […]soltanto governato, ma anche governante, almeno per qualche rispetto limitato, ma relativo a beni che il soggetto considera per lui fondamentali”. […]

(da Bruno Leoni “Oggetto e limiti della scienza politica” in Il Politico 1962, n. 4 pp. 741-756)



 

Anno VII – n. 09 – 25 aprile 2006

SOTTOSCRIVETE IL MANIFESTO DELLA LIBERTA’ E DITE LA VOSTRA SULLE DODICI PROPOSTE.

 

www.societalibera.org

 

POTRETE ANCHE ADERIRE, VIA INTERNET, AL MOVIMENTO DI OPINIONE.

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APPUNTAMENTI

·         MILANO 27/04/06 h. 18 Sala Lauree della Facoltà di Scienze Politiche Via Conservatorio, 7 Giulio Giorello “Libertà e legge”, lecture organizzata dall’associazione Società Libera in collaborazione con la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Milano. Cfr. www.societalibera.org

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25 APRILE

E’ una data da non dimenticare. E’ una data che dovrebbe unire tutti gli italiani ed invece alcuni hanno tentato di appropriarsene. Negli anni ’70 si diceva che era impossibile ricordare, o meglio, festeggiare il 25 aprile assieme a democristiani e liberali. Quella data per alcuni era il ricordo di una vittoria contro una parte del paese, e quella parte doveva essere identificata con coloro che sembravano gli eredi del governo fascista.

Quella data, invece, rappresentava e rappresenta la raggiunta consapevolezza della comunità nazionale dell’errore che aveva commesso concedendo il proprio consenso al regime fascista. Quella data rappresentava e rappresenta lo svelamento della ragione degli antifascisti e del torto della stragrande maggioranza degli italiani nel considerarli degli irresponsabili velleitari, se non peggio. Quella data rappresentava e rappresenta la vittoria della libertà dal conformismo del regime fascista e la speranza di un’Italia diversa e migliore. (bl)

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* TERRORISMO

Una violenza cieca che congela i cuori

di Vincenzo Cerami da IL MESSAGGERO 25/04/06

Altro durissimo colpo per la martoriata terra d'Egitto. Il terrorismo questa volta è entrato in azione a Dahab, un esotico e delizioso angolo turistico sul Mar Rosso. Tre esplosioni hanno squassato zone popolose: un bazar e il ponte pedonale situato nel centro storico della cittadella. Si parla di almeno 150 feriti e 30 morti. Sicuramente comuni cittadini del posto, e forse anche turisti, giunti in quel luogo per godere delle bellezze antiche, di un mare mite e argentato, e dei sapori fascinosi delle spezie arabe.

Il terrorismo aggredisce l’Egitto dove fa più male, nella sua fondamentale risorsa economica. Nel 2004 i criminali fecero saltare l’Hotel Hilton di Taba, dove persero la vita 35 persone, tra cui due nostre giovani connazionali, piemontesi. E l’anno scorso, a luglio, in piena stagione balneare, attacchi suicidi a Naama Bay, nei pressi di Sharm el Sheik, fecero strage di ben 90 persone, e tra questi si contarono sei italiani.

Il ripetersi puntuale di questi attentati costituisce una ricaduta molto negativa per l’industria turistica egiziana. È la riprova che a queste azioni delittuose non esiste prevenzione possibile, a meno di non militarizzare tutti gli angoli del paese, come in Israele. Il terrorismo, nel caso dell’Egitto dei faraoni e delle piramidi, oltre a uccidere persone innocenti e disarmate, scempia l’antica attrazione per quei luoghi storici, patrimonio dell’intera umanità.

La politica terroristica del tanto peggio tanto meglio fino ad oggi non ha ripagato nessuno, ha solo aumentato tragedie e morte, senza contropartite. Si vuole forse mettere in ginocchio l’Egitto nell’astratta speranza che la popolazione, ridotta allo stremo, si allei con chi oggi semina sangue e morte proprio su quelle strade? Coloro che si dicono impegnati per un mondo migliore dovrebbero tenere fermi i sacri quanto elementari valori della vita umana. Chi sono i nemici dei terroristi? Le donne che vanno a fare la spesa? I bambini che vanno a scuola? I turisti con la macchina fotografica in mano?

È violenza cieca, fine a se stessa, una violenza che ha congelato i cuori, li ha svuotati della pietà. Stroncare esistenze, creare dolore nelle famiglie, distruggere l’animo di chi è costretto a sopportare per sempre un lutto, a quanto pare non crea scrupoli in nessuno di questi assassini. Le loro indecifrabili speranze e mire politiche sono un delirio. Quando alcuni di questi assassini furono catturati si scoprì che si trattava di un gruppo di fanatici sciolti. Anche dietro gli attentati di Londra non si è riusciti a trovare una precisa e calcolata strategia, che sfugge perfino alle menti dei grandi controllori della tensione globale, a cui per ora, magari, queste iniziative folli possono anche far comodo

Non si sa come il governo egiziano reagirà di fronte a quest’ultima tragedia. Ci si chiede come potrà garantire ai turisti e ai visitatori di mezzo mondo un soggiorno sicuro e tranquillo. Dovrà farlo, perché l’Egitto ha bisogno di avere le porte sempre aperte, e noi tutti abbiamo il diritto di godere di un tesoro il cui padrone è l’umanità intera

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* DOVE VA’ PRODI?

La sinistra crede ancora al mercato?

di Guido Gentili da IL SOLE 24 ORE 25/04/06

Di che segno è "il riformismo radicale" promesso in campagna elettorale da Romano Prodi? La domanda, tutt'altro che oziosa, si ripropone con forza alla vigilia delle elezioni dei presidenti delle Camere. I primi, espliciti messaggi che arrivano da una buona fetta dell'Unione non sono rassicuranti. Prevalgono per ora le spinte di una cultura ideologizzata, per nulla orientata al mercato e alla concorrenza, che continua a fare dell'antiberlusconismo il collante di ogni sua iniziativa.

Sono più flebili, o comunque relegate colpevolmente nel recinto delle minoranze che possono graffiare a parole più che nei fatti, le voci del centro-sinistra che guardano al futuro dell'Italia con gli occhiali della modernizzazione e non con quelli della conservazione. Sembra crescere, insomma, il rivendicazionismo anacronista mentre declina il contributo liberale. Un passaggio che deve far riflettere lo stesso premier in pectore: troppe spie rosse si sono accese sul suo quadro di comando.

Si è cominciato, e male, con i propositi di abrogazione o riforma profonda della "legge Biagi" che anche il fondo monetario, dopo l'Europa e l'Ocse, ci raccomanda invece di non toccare. Ora si prosegue con l'idea, avanzata dal prossimo presidente della Camera Bertinotti, di far "dimagrire" Mediaset, quasi che la questione televisiva, pur con tutte le sue anomalie, debba essere affrontata con metodi rabbiosi da esproprio proletario che credevamo sepolti per sempre.

Un brutto colpo arriva anche con i" dubbi assai severi" avanzati dal leader della Margherita Rutelli a proposito del progetto di fusione tra Autostrade e la spagnola Abertis. E’ vero che il piano, che tocca il tema sensibile delle concessioni, è stato varato in un momento delicato di passaggio istituzionale senza che si sia sentita la necessità di avvertire almeno con una telefonata Romano Prodi. Ma colpisce in questo caso che la frenata, di stampo nazionalista, arrivi da chi, in occasione della scalata alla Bnl da parte degli spagnoli del Bbva, ha alzato la bandiera dell'Europa contro le antistoriche difese dell'italianità.

E colpisce, sempre a proposito della fusione Autostrade-Abertis, che non si valuti il possibile impatto positivo per i consumatori (colonna portante del mercato, ma sempre marginalizzati in Italia, dove hanno piuttosto prosperato i "patti" tra i produttori). Infine, le "voci" assai accreditate sulla possibile composizione del prossimo Governo che ipotizzano il ministero dell'Ambiente affidato alle cure del verde Pecoraro Scanio e il ministero delle Infrastrutture assegnato ad Antonio Di Pietro e alla sua "Italia dei valori".

Si tratta in entrambi i casi di personalità già viste in azione nei Governi di centro-sinistra di fine anni 90 (molto brevi furono per la verità sia le esperienze di Di Pietro ai Lavori pubblici sia quella di Pecorario Scanio alle Politiche agricole) e non si può certo dire che le loro furono missioni indimenticabili. Ma non sono tanto le mancate novità, eventualmente, a lasciare perplessi: piuttosto, preoccupa la prospettiva di due ministeri-chiave per l'assetto del territorio e le infrastrutture pubbliche (piccole o grandi che siano non fanno differenza: l'Italia ne ha bisogno per trasformarsi in un Paese davvero competitivo) affidati ad esponenti politici intransigenti sì, ma non nella direzione della modernità e dello sviluppo.

Possianio immaginare, ad esempio, cosa potrebbe accadere se il ministero dell’Ambiente tornasse a rivivere la stagione del dicastero dei "vincoli" ad oltranza e dei "no" a ripetizione. Lo stesso Prodi, che come presidente del Consiglio si occupò del problema delle dighe mobili per Venezia, dovrebbe conoscere alla perfezione dove porta (o meglio, non porta) l'immobilismo.

Preoccupa, poi, la prospettiva che, dopo il via libera degli esperti europei, i progetti per la Tav in Val di Susa si possano comunque fermare.

E’ possibile che i segnali negativi emersi nel centro-sinistra in questi giorni siano ancora il frutto avvelenato della campagna elettorale e insieme la riprova della lotta di posizionamento interno alla coalizione in vista delle nomine al vertice di Senato e Camera. Per evitare nuove fughe in avanti, ieri Prodi ha richiamato non a caso Rifondazione comunista al rispetto del programma concordato

Ma è un fatto che, al momento, la misurazione dei rapporti di forza indica in modo trasparente una fiammata "frontista" e una parallela, parziale eclisse delle componenti più liberali e "liberalizzatrici" della coalizione uscita vincente di strettissima misura dalle lezioni del 9 aprile.

C'è più Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio che Bersani, Letta e Capezzone. Più comunismo che sinistra moderata dei Ds, moderno neocentrismo della Margherita e sinistra riformatrice della Rosa nel pugno

Se questa è la direzione di marcia del "riformismo radicale" promesso da Prodi, allora siamo sulla strada opposta. Quella sbagliata

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* LETTERE

Laicità e dintorni

di Matteo Ariano da IL RIFORMISTA, 22/04/06

Negli ultimi tempi è frequente la distinzione tra questioni "laiche" e "laiciste", precisando che solo le prime sarebbero le buone. Poiché ogni parola ha un suo significato che non può essere stravolto, ho cercato sullo "Zingarelli" il significato della la parola “laico” ed ecco il risultato: «Che si ispira ai principî del laicismo. / Stato laico: indipendente dall’autorità ecclesiastica».

Tutto si fa ancora più chiaro, leggendo il significato della parola “laicismo”: «Atteggiamento ideologico di chi sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica» e della parola “laicista”: «Proprio dei laici. / Stato laicista: che non riconosce e tutela alcuna religione, mantenendosi in una posizione areligiosa».

Le cose non cambiano, leggendo il senso del vocabolo “anticlericale”: «Chi è contrario all’intervento del potere ecclesiastico nella vita politica».

È evidente, dunque, che le distinzioni tra laici, laicisti ed anticlericali, operate da Casini, Pera, Rutelli, Mastella e (purtroppo) molti altri, sono inesistenti e capziose e che, probabilmente, il termine esatto per definire l’atteggiamento di questi esponenti politici è “clericalismo”: «Posizione di coloro che, nella pratica politica, si propongono soprattutto la tutela dei diritti della Chiesa e l’applicazione dei suoi principî nell’ordine civile».

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* RIFLESSIONI

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE

Intervista a Carlo Lottieri di Stefano Magni

Da L'OPINIONE, 20/04/06

L’Italia post-elettorale è divisa: fra Nord e Centro la divisione pare anche geopolitica, oltre che ideologica. Cosa dobbiamo attenderci nei prossimi anni? Perché l’Italia appare ancora divisa? Lo abbiamo chiesto ad uno degli osservatori più originali della questione settentrionale: il professor Carlo Lottieri, ricercatore di filosofia del diritto all’Università di Siena, presidente dell’Istituto Bruno Leoni e uno dei maggiori esperti, in Italia, della filosofia politica libertaria, cioè di quella tradizione politica individualista, prevalentemente americana, che ha sempre visto nello Stato il maggior ostacolo alla libertà individuale e allo sviluppo economico.

D.: La Casa delle Libertà ha vinto in tutto il Nord. Il popolo delle partite Iva e dei piccoli imprenditori non era deluso dalla politica economica di Berlusconi?

R.: A mio parere gli elettori erano ampiamente delusi, ma ancor di più hanno temuto il blocco sociale (sindacati, parastato, mondo intellettuale, cooperative, ecc.) che domina la sinistra. In questo senso, come ha rilevato anche Angelo Panebianco, la riemersione della questione settentrionale è davvero un dato di straordinaria importanza. Dodici anni fa Berlusconi era riuscito a riunificare politicamente un Paese che si trovava diviso in tre aree: con un Nord tendenzialmente centrifugo, un Centro controllato dalla sinistra ed un Mezzogiorno diviso tra destra missina e sinistra post-comunista. Le ultime elezioni riportano alla luce quella frattura politica: molto più profonda di quanto non si possa credere.

D.: Quanto ha influito la propaganda elettorale liberista (contro la Confindustria, per l’abbassamento delle tasse) proposta da Berlusconi negli ultimi mesi prima delle elezioni?

R.: Credo abbia pesato, anche se non abbastanza da portare il centro-destra alla vittoria. Così, dopo cinque anni di governo Berlusconi per la prima volta dal 1948 l’area moderata non ha più i voti della sinistra. Ma con il declino del Cavaliere mi pare venga a definirsi un universo politico nuovo, entro il quale il liberalismo non può rifarsi a Cavour, Giolitti, Gobetti o Malagodi.

Il nuovo liberalismo che emerge dal voto settentrionale è più liberista e libertario che moderato, e a mio parere sarebbe disposto a sostenere una “forza tranquilla” che difendesse “con pacatezza ed intelligenza” le buone ragioni dell’indipendenza del Nord.

D.: Anche la contrapposizione religione/laicismo ha avuto il suo ruolo per determinare la vittoria del centro-destra nel Nord?

R.: Specialmente nel Lombardo-Veneto vi è una società che unisce un forte legame con la tradizione cattolica ed un’etica del lavoro che la fa liberista al di là di ogni consapevolezza ideologica. Questa sensibilità cattolica e conservatrice non apprezza l’enfasi di tanta sinistra su temi come i Pacs o l’eutanasia: e anche per questa ragione ha preferito votare il centro-destra.

D.: Come mai Torino è sempre un’eccezione?

R.: Tutto ciò si comprende pensando al ruolo che la Fiat ha giocato e continua a giocare nel capoluogo sabaudo. Quello torinese è un capitalismo assistito, che dipende fortemente da Roma e vive in stretta simbiosi con la politica, i sindacati, il ceto intellettuale. L’assenza di un vero mercato rende anche drammatica la disoccupazione ed ogni ipotesi di flessibilità.

D.: E’ però possibile fare un identikit dell’elettore medio del Nord?

R.: Quella settentrionale è una società in cui prevale un blocco sociale formato da lavoratori e titolari di imprese private medie e piccole. E’ un mondo che conosce i fasti e le incertezze del mercato, e che spesso è consapevole che non si possano avere i primi senza fare i conti con le seconde.

D.: Quanto sarà probabile che il risultato elettorale, leggermente favorevole al centro-sinistra, accentui la forza centrifuga delle regioni del Nord?

R.: Perchè il vento del Nord torni a soffiare c’è bisogno di nuovi attori politici, e già qualcosa inizia a muoversi. In un ottimo articolo apparso qualche giorno fa su “Libero”, Gilberto Oneto, il più acuto interprete del secessionismo settentrionale, ha evidenziato l’esigenza di “secedere dagli statalisti”. La sua idea è che per salvaguardare le libertà economiche è necessario che si riaffermi l’urgenza della questione territoriale. Il vecchio edificio statuale, centralizzato e giacobino, è inadeguato a tutelare chi chiede meno Stato e più liberalizzazioni. Credo che quell’articolo dovrebbe essere letto con attenzione da quanti oggi sono giustamente impegnati, anche ne “L’Opinione”, per ridare speranze all’area liberale. Oltre ai radicali di Marco Taradash e Benedetto Della Vedova, oltre ai bloggers di NeoLib ed ai gruppi libertari che vanno costituendosi un ovunque, un nuovo polo liberista dovrebbe saper accogliere le ragioni di quanti contestano lo Stato unitario.

D.: Esistono gli strumenti istituzionali per ottenere maggior autonomia, premendo “dal basso”?

R.: Non mi pare, come la stessa vicenda dei comuni intenzionati a “trasferirsi” in Friuli o in Trentino sta a dimostrare. E’ però vero che la classe politica potrebbe ben poco contro un’opinione pubblica maggioritamente orientata in un certo senso. Perchè questo si realizzi c’è bisogno di una Alleanza delle libertà: che punti primariamente sui temi economici e anche, soprattutto al Nord, su quelli territoriali. In questi anni qualcuno ha pensato che per intercettare il voto autonomista bisognasse essere volgari ed offensivi: ma non è così. Una rilettura in chiave liberista e libertaria delle aspirazioni settentrionali all’autonomia potrebbe produrre risultati elettorali anche clamorosi.

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* PER LA COSTITUENTE DEI LIBERALI

GABBIANI LIBERALI SPICCHINO IL VOLO VERSO LE NUOVE METE CHE GLI SONO PROPRIE. E I GAMBERI CI SIANO DA ESEMPIO.

OVVERO, DE “LA VERGOGNA DI ESSERE LIBERALI E IL MINIMO COMUNE DENOMINATORE DI CHI CREDE CHE QUALCOSA POSSA CAMBIARE”.

di Giuliano Gennaio- Direttore di Liberalcafe.it da http://giugen.ilcannocchiale.it/ 25/04/06

A)Tra il nulla della sinistra e i tarocchi della destra.

Liberalcafe.it si è preoccupata, negli ultimi due anni, di far parlare i liberali italiani, di mettere a confronto due ipotesi politiche: da una parte quelli dell’antiberlusconismo liberale, di chi credeva che Berlusconi fosse l’anomalia italiana da combattere e che quindi tutto si poteva votare, qualsiasi alleanza si poteva contrarre, purché si liberasse l’ascisse del mondo politico dal “tarocco liberale”.

Dall’altra quelli che, seppur consapevoli che il Cavaliere non avrebbe portato in terra ciò che Popper, Hayek, Mises e Rothbard predicano da altri mondi, una coalizione guidata dal “nulla della sinistra” non avrebbe risollevato le sorti di questo paese.

B) Noi, nel mezzo

Insomma siamo stati “l’arena” delle grandi discussioni e la piattaforma di dialogo tra nuove generazioni liberali e vecchie èlites ormai depotenziate.

Ora, dopo il 9 e 10 aprile, ci ritroviamo proprio in mezzo, tra il “nulla della sinistra” e i “tarocchi liberali”, grazie ad una esasperante campagna elettorale giocata sul filo del nervosismo e dell’insulto gratuito: ha vinto l’antipolitica, e i primi passi di chi vorrebbe governare lo dimostrano.

C) L’arco giusto per l’obiettivo sbagliato.

Nessun problema concreto, che sia riscontrabile nella vita quotidiana dei cittadini/consumatori/utenti, sembra sia all’attenzione di questo o quell’altro schieramento. Eppure persiste una visione del mondo politico così destabilizzante e bicolore che nonostante gli Italiani siano un popolo bonaccione, quando si pensa alla politique politicienne, alla politics, come dicono gli inglesi, siamo riusciti a create un muro di gomma tra due schieramenti che hanno in realtà raccolto oltre il 60% del voto moderato. Non si riesce a favorire il dialogo tra due parti di una stessa mela, se non mangiando la mela stessa. E questo succede anche nel mondo liberale.

D) Intanto una generazione vive, e muore.

La questione generazionale ha ormai travalicato ogni confine ed emerge in maniera trasversale. Non per niente Liberalcafe.it è promotrice e fondatore di Pigiamamedia, l’unico network al momento esistente che ha come leit motiv la lotta per la rappresentanza di un mondo, quello dei giovani, che è scomparso anche dalle cartine di tornasole di questa nostra stanca e vecchia politica. Nel paese dove tutti chiamano alle armi i giovani, vendendogli però solo tante pistole ad acqua quanti sono i voti politici conquistati in quest’ultima campagna elettorale, nessuno che si appelli alla responsabilità di una classe dirigente a fare i conti con la vergogna della mancanza di futuro dei loro stessi figli. Nessun appello ad un dialogo intergenerazionale che possa chiamarsi tale. Nessun serio tentativo di riscossa.

E) L’alternativa liberale

Tra il nulla della sinistra e i tarocchi della destra, l’alternativa liberale. Era questo lo slogan che come giovani liberali lanciammo nel 2004, alle elezioni europee, quando intravedevamo che l’anomalia Italiana, quell’Italietta mal rappresentata in Europa e nel mondo, poteva ancora farcela se una riscossa liberale fosse portata a termine. E da li seguimmo, attraverso il Lymec – giovani liberali europei- e grazie alla loro appendice italiana- i giovani liberali nostrani- con tenacia e con speranza ogni flebile tentativo di questa o quella personalità liberale, che lavorando nel sottotraccia metropolitano del centro-destra o del centro-sinistra potesse poi fare emergere quella marea di magma riformatore per cambiare le sorti del nostro paese. Per due anni, fino a queste elezioni, ci abbiamo provato notte e dì. Una battaglia combattuta solo con le idee. Ma anche con la tenacia di chi voleva essere rappresentato da una metodologia vincente.

F) L’italietta del Caimano

Leggevo sul blog di quel genio di Bruno Pellegrini, amministratore delegato di Nessuno Tv : se c'è una cosa, forse l'unica, che mi è rimasta del film di Moretti è l'espressione usata dal magnate polacco: "la vostra italietta...".... vi pensate di essere importanti ma non contate un cazzo" (più o meno così diceva).

La nostra Italietta: questo ormai siamo. Ma in Europa la situazione è diversa. In Europa c’è un partito che ci rappresenta, l’Eldr, il partito liberale Europeo, unico baluardo in cui rifugiarsi ormai, vista l’inappetenza dei vari gruppi liberali italiani. E bene ha fatto Gionata Pacor, su questo giornale, a ricordare l’importanza del punto di vista europeo nelle nostre diatribe tra poveri.

G) Fatta l’Italia….

Un modello comportamentale e sociale immensamente atomizzato, uno stile di vita all’eccesso dell’over ruled, una vittoria incontrastata del modus operandi libertario e liberista si scontra oggi con un immobilismo politico e un conservatorismo nel campo lavorativo e culturale che ci induce a parlare di paradosso del modernismo: il trionfo dell’individualismo esasperato dalla morte della rule of law. Un contrappasso che colpevolizza tutti coloro che dall’arena politica ci sono rimasti fuori: i liberali in primis. Facciamo quindi i liberali ora.

H) Categorizzare l’incategorizzabile

Oggi i liberali, in Italia, si distinguono in alcune categorie:

quelli che hanno sempre provato a scardinare l’immobilismo di questo paese: hanno provato e riprovato a lottare da soli, passando attraverso crune di molteplici aghi, manifestando una loro identità e piantando flebili bandierine sul suolo lunare della politica italiana. Coraggiosi ma fallimentari

quelli che sono rimasti all’uscio: hanno scelto l’aventiniano sguardo impassibile di chi aspetta momenti migliori per attestare la propria idea politica, naturalmente facendo pesare il proprio “io lo avevo detto” alla prima occasione utile

quelli che conducono le crociate dalle colline del feudatario: hanno provato a ritagliarsi un ruolo nel mondo politico, hanno sgomitato tra i cespugli di ogni dove, si sono scottati al sole.

I) Vecchie diatribe, nuove soluzioni: un passo indietro…..

Ora però è l’alba di un nuovo millennio, verrebbe da dire. Dopo una elezione si può ripartire da zero e provare a contarsi di nuovo, per contare nel nuovo sistema politico.

E’ arrivato infatti il momento di credere che un’alternativa liberale è possibile. Che i gabbiani, nostro simbolo da sempre, si possan risollevare.

Dobbiamo tutti fare un passo indietro, come i gamberi, e comprendere come ogni possibile ritorno di una rappresentanza liberale passa attraverso un periodo di sperimentazioni e sacrifici che dobbiamo avere il coraggio di intraprendere. 

Un passo indietro in termini di rappresentatività: federare le realtà esistenti senza ipotizzare annessione successive.

Un passo indietro in termini di visione politica: guardiamo alle elezioni europee come obiettivo e ricostruiamo una rappresentanza sul territorio.

Un passo indietro rispetto al metodo comportamentale: abbandoniamo le diatribe personalistiche.

L) ….e poi due passi avanti

E’ arrivato il momento di chiamare a raccolta tutti, e dico tutti, quei liberali che condividono quei pochi punti in comune che propugniamo da sempre. Non sto qui a ripeterli. Basta girare nei tantissimi siti liberali e ci si accorge come i testi siano simili ed equipollenti. Manca solo il coraggio. Ma quello lo possiamo trovare ed infondere anche ad altri.

M) La costituente dei liberali

Un appuntamento ormai ineludibile: non possiamo continuare a credere che fare politica significhi stare dietro uno schermo bianco. E’ maturo il tempo in cui le lotte politiche si svolgano dentro un contenitore unitario. Attraverso un patto comune. Diventiamo un partito vero, un punto di riferimento: chiamiamo a raccolta tutti i liberali italiani e mettiamoli attorno un tavolo. Servirà un momento di riflessione comune, ma non una notte dei lunghi coltelli.

Diamoci un tempo limite per incontrarsi, conoscersi, organizzarci. E poi strutturiamo sul territorio e attraverso le reti, un movimento partitico che riesca a fare emergere una nuova classe dirigente pronta a confrontarsi con il consenso già alle elezioni europee venture. Sfruttiamo le potenzialità della società dell’informazione ma anche le peculiarità che ci contraddistinguono. Troviamo il nostro massimo comune denominatore e facciamolo diventare minimo comune multiplo

Chiediamo alla classe pensante liberale di aiutarci ad emergere. Di farsi portavoce dei nostri interessi.

Insomma spicchiamo il volo.

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* COSE LIBERALI

BASTA CON QUESTA DESTRA E QUESTA SINISTRA. BIPOLARISMO DA RIFARE

di Nico Valerio da http://liberali-italiani.blogspot.com/ 20/04/06

L’italiano, si sa, è un antico popolo di antipatizzanti. Odiatori specializzati fin dai Guelfi e Ghibellini dei tempi di Dante (Bianchi e Neri, ci ricordano i cognomi rivelatori), e anche prima, al tempo dell’antica Roma, forse per le pulsioni individualistiche e anarcoidi che nella già corrotta Magna Grecia derivavano dalla madrepatria, fiaccata nella sua civiltà dalle lotte fratricide, come racconta Polibio.

Sono le idee - il Logos o la Ragione, dicevano i filosofi - e poi i fatti concreti a contare per il liberalismo, non le persone. E negli uomini si guarda alle personalità, non ai caratteri, dando importanza alle diverse opinioni, non alle antipatie-simpatie. Insomma, la corteccia, non l’ipotalamo nell’anatomia del cervello.

E invece, solo antipatie e tifo immotivati abbiamo visto nella recente campagna elettorale. L'ottusità dello stadio. Eppure il liberalismo aveva cercato di far capire anche agli Italiani che le fazioni di amici e le sètte tribali sono il contrario dell’Occidente liberale. Ci riportano all’Oriente barbarico dove regna la pulizia etnica, la dicotomia antropologica ed etico-manichea tra Noi (buoni, onesti, giusti e intelligenti) e Loro (malvagi, disonesti, ingiusti e ottusi). Ma è stato inutile.

E poiché il liberalismo è un complesso di idee, ma anche l'intero sistema politico attuale, ecco che gli avversari non sono mai nemici. Tanto più che essendo ormai l’unica dottrina politica vincitrice nella Storia, ha permeato di sé tutto l’Occidente, ed ha pervaso ormai molti partiti che prima liberali non erano. Negli Usa, invece, entrambi i partiti sono liberali, e la lotta tra Repubblicani e Democratici è in realtà solo una diatriba tra liberali di destra e liberali di sinistra, diversi solo per alcune sfumature, anche se i secondi sono accusati dai primi di essere di sinistra, cioè liberal.

Nel Regno Unito, dove l'ago della bilancia è il partito liberale, ormai, anche gli altri due partiti sono a qualche titolo liberali. Lo stesso nel resto dell’Europa. Tanto più che il liberalismo è vasto e articolato, altrimenti non avrebbe potuto rispondere a tutte le esigenze del mondo moderno, e vincere. Perciò si divide, diciamo, in una destra, un centro e una sinistra. Tutte e tre liberali. Proprio come nell’Italia del secondo Ottocento, quando alla Destra storica si oppose una Sinistra, entrambe liberali.

E perfino nell'Italia di oggi, in cui i liberali veri sono una minoranza, sicuramente non sono meno del 30 per cento. Siamo pur sempre in Occidente e tra i Paesi più sviluppati, ed è entrato ormai nella testa di molti che chi non la pensa come noi deve avere riconosciute le sue libertà, che l’imprenditore non bravo deve fallire, che bisogna privilegiare il merito, che il cittadino deve prevalere sullo Stato, che quest’ultimo deve rispettare tutte le idee e le credenze personali, e restare neutrale.

Ed è rassicurante che tutte le tendenze liberali, di destra, centro e sinistra, sono ancorate ai principi base del liberalismo. Variano solo le quantità della ricetta: tutela di tutte le libertà, compresa la scienza, mercato libero, laicità dello Stato (filosofie e religioni, tutte tutelate, sono un fatto puramente privato), prevalenza del cittadino sullo Stato. I liberali, tutti i liberali d’ogni tendenza, sono dunque contrapposti, in antitesi, ai socialisti puri, ai conservatori puri, e ai clericali. Non c’è dubbio.

Ne deriva, quindi, che la bipartizione Destra-Sinistra che abbiamo visto confrontarsi alle recenti elezioni, in un’Italia in cui a differenza degli Stati Uniti e del Regno Unito non ci sono solo liberali di destra contro liberali di sinistra (magari), ma anche comunisti e postcomunisti, clericali cattolici, fascisti e postfascisti, favoriti dalla selezione operata dai magistrati di "Mani pulite" che penalizzò il Centro o Pentapartito, è fuorviante e patologica, perché dà troppo spazio e dignità liberale a partiti, correnti o candidati che non sono liberali, ma socialisti, conservatori o clericali.

Questo è il problema, unico dell’Italia, e in minor misura della Francia: persistono, contro ogni logica liberale moderna, troppi comunisti, troppi socialisti puri (i socialdemocratici alla Boselli, sia chiaro, ormai sono liberali), troppi conservatori, troppi clericali, troppi fascisti. Ma poiché la cultura e la parola stessa liberale sono vincenti, visti come positivi, ecco che se ne sono impossessati in massa i conservatori, quelli che sventolano solo il mercato e l’individuo (principi liberali, ma da soli compatibili anche col fascismo), e talvolta l’America di Bush. Ma questi valori liberali che nel Paese di tutte le libertà sono lo slogan dell’ala destra del liberalismo, in Italia, non accompagnati dai nuovi diritti, dalla laicità e della cultura scientista, come in America, acquistano uno strano significato conservatore, forse liberista ma non liberale.

Ecco perché è giunto il momento, approfittando della crisi inguaribile di questa Destra e di questa Sinistra confusionarie, illiberali, incapaci ma capaci di tutto, di indire gli Stati Generali del Liberalismo, per unire i molti club di cultura liberale, allo scopo di creare alla fine d'un lungo processo un unico soggetto liberale indipendente che dovrebbe sottrarre molti uomini ai principali partiti moderati e favorirne la dissoluzione.

Solo allora, è vero, questa forza davvero liberale (chiamiamola per ipotesi "Liberali Italiani") potrebbe costituire uno dei tre poli della politica italiana, e potenzialmente aspirare anche ad un realistico 30 per cento. E tra un forte gruppo cattolico-conservatore (Destra) e un nutrito gruppo socialista (Sinistra), i liberali sarebbero un terzo polo determinante. Ma per far questo è indispensabile l’implosione dei partiti di Centro, tra cui Forza Italia e Margherita, che favoriscono l'equivoco d'un finto liberalismo diffuso nella classe politica e impediscono la ricomposizione dello schieramento in chiave più anglosassone. Ecco perché questi partiti, sia a Destra che a Sinistra, hanno così tanta paura dei liberali.

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* ANCORA, COSE LIBERALI

"MACCHÉ NEO-LIB, CI VUOLE LA RADICALE ALTERNATIVA LIBERALE A DS E SN"

di Beppi Lamedica da http://liberali-italiani.blogspot.com/ 22/04/06

Sul sito Neolib si legge: "NeoLib è il progetto che si prefigge come obiettivo il raggiungimento dell'unità di tutti i liberali, i liberisti, i libertari dispersi nella scena politica attuale". E la scelta per lo schieramento di centrodestra è giustificato dalla seguente frase: "Credo che ormai, vista l'esperienza vissuta dai radicali di Pannella durante il periodo terzista, che li ha visti per 15 anni fuori dalla scena politica italiana, sarebbe il caso di non intraprendere ulteriormente la strada del terzo polo. Essendo costretti a schierarci con qualcuno, ovviamente, scegliamo il centro destra".

Ma la cosiddetta proposta NeoLib è né più né meno quanto Diaconale e Giacalone avevano proposto nel giugno 2004. A suo tempo, infatti, Diaconale e Giacalone, prevedendo una vittoria del centrosinistra in danno della propria parte politica, invocavano la costruzione di una grande area liberalsocialista per controbilanciare il decremento elettorale di Forza Italia in confronto ag


 
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martedì 25 aprile 2006


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