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lunedì 25 giugno 2012
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109 costituzionalisti per il si all''ammissibilità


giovedì 17 novembre 2011
un governo per l''europa. rispondere alle sfide globali


venerdì 4 novembre 2011
ci salveranno le primarie?



PNM: venerdì 5 maggio 2006
Postato il Thursday, 19 April @ 12:00:05 CEST di Fabio

Per non mollare

per non mollare

Newsletter per l'azione liberale

 

“[…]Rimettere in gioco la distinzione tra fede e ragione, e quindi privare ogni persona del diritto a vivere secondo i suoi legittimi costumi morali, non significa supplire al presunto vuoto etico del nostro tempo. Significa solo proporre il rovesciamento del pensiero moderno che ha consentito lo sviluppo di società religiosamente pacificate, civilmente tolleranti e la separazione tra Stato e Chiesa premessa della libertà religiosa prima di tutto per i credenti.”

(Massimo Teodori Laici Marsilio, Venezia 2006, pag. 165/166)



 

Anno VII – n. 10 – 6 maggio 2006

 

SOTTOSCRIVETE IL MANIFESTO DELLA LIBERTA’ E DITE LA VOSTRA SULLE DODICI PROPOSTE.

 

www.societalibera.org

 

POTRETE ANCHE ADERIRE, VIA INTERNET, AL MOVIMENTO DI OPINIONE.

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CODICE PENALE ART. 289

ATTENTATO CONTRO ORGANI COSTITUZIONALI E CONTRO LE ASSEMBLEE REGIONALI.

[I]. È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette un fatto diretto a impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente:

1) al Presidente della Repubblica o al Governo l'esercizio delle attribuzioni o prerogative conferite dalla legge;

2) alle Assemblee legislative o ad una di queste, o alla Corte Costituzionale o alle Assemblee regionali, l'esercizio delle loro funzioni.

[II]. La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è diretto soltanto a turbare l'esercizio delle attribuzioni, prerogative o funzioni suddette.

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APPUNTAMENTI

  • ROMA 9/05/06 h.18,30 presso l'hotel Majestic Via Veneto 50, incontro sul libro "LAICI. L'imbroglio italiano" con E. Bonino, O. Giannino, A. Gnoli, R. Farina, M. Latella, un intervento scritto del cardinale M. F. Pompedda, moderatore M. Bordin. Sarà presente l’autore Massimo Teodori

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QUALE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA?

Grande polemica sul “metodo” per designare il nuovo Presidente della Repubblica. La maggioranza politica scaturita dalle ultime elezioni ha il diritto di designare il nuovo Presidente? Il supremo garante, come è il ruolo richiesto per il Presidente, non dovrebbe, invece, godere del consenso anche della minoranza, tanto più che l’elettorato si è spaccato quasi esattamente a metà? Ad avviso di chi scrive la polemica è “teatrino della politica”. Infatti nel primo caso la minoranza può urlare contro la dittatura della maggioranza, mentre nel secondo caso la maggioranza potrebbe dare una immagine di moderazione e di attenzione ad una minoranza che comunque partecipa alla gestione del potere. Ossia entrambi gli schieramenti potranno essere alla ribalta come protagonisti di un’apparente lotta politica. In sostanza chiunque verrà eletto sarà il miglior rappresentante di questo sistema partitocratrico e non il garante di una democrazia liberale, oggi in Italia inesistente. Poi, l’eterogenesi dei fini potrebbe arrestare il degrado del sistema. Il compito dei liberali resta, comunque, quello di organizzarsi per raccogliere le energie umane e finanziarie al fine di costituire quella radicale alternativa al regime che è la premessa necessaria per realizzare la democrazia liberale anche in Italia.(bl) 

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* COME ONORARE I SOLDATI UCCISI

IL NUOVO GOVERNO RISPETTI GLI IMPEGNI PRESI

di Paolo Mieli dal CORRIERE DELLA SERA del 28/04/06

E’ un fatto positivo, molto positivo, che il leader della maggioranza di centrosinistra uscita vincitrice sia pure di misura dalle elezioni del 9 aprile non abbia preso spunto dall’uccisione a Nassiriya di Franco Lattanzio, Nicola Ciardelli e Carlo De Trizio per riproporre l’annoso tema del ritiro «immediato» del contingente italiano dall’Iraq. E non è da pensare che questa scelta di Romano Prodi sia stata dettata dall’esigenza per così dire tattica di non turbare con inopportune polemiche un giorno di lutto. C’è da registrare infatti che ieri neanche un leader tra coloro che presumibilmente avranno posizioni di responsabilità nel futuro governo e ai vertici delle istituzioni abbia posto la questione della data del ritiro e nessuno di loro abbia definito «forze di occupazione» quei nostri militari che dal 2003 hanno addestrato oltre diecimila soldati e cinquemila poliziotti del luogo consentendo al nostro contingente di ritirarsi di qui alla fine dell’anno senza lasciare dietro di sé una situazione identica a quella che gli italiani trovarono al loro arrivo.

Questioni nominalistiche, di mera forma? No. Al di là delle schermaglie televisive, da tempo maggioranza e opposizione concordano - d’intesa in linea di massima con Stati Uniti e Gran Bretagna - sulla opportunità di ritirare il nostro contingente, peraltro già dimezzato (da tremila e duecento a mille e seicento uomini nel prossimo giugno), entro l’anno 2006. E sono d’accordo altresì, maggioranza e opposizione, sull’impegno a verificare, punto per punto, le modalità di questo ritiro con le autorità di governo irachene. Accennare adesso a una modifica di questo calendario sarebbe stato e ancora potrebbe essere un modo di dare soddisfazione agli attentatori che hanno ucciso allo scopo evidente di potersi presentare domani alle popolazioni locali come coloro che hanno costretto gli «occupanti» alla fuga.

Oggi è invece il giorno in cui dobbiamo ricordare che i militari italiani uccisi a Nassiriya erano lì assieme ai loro colleghi in sintonia con ben due risoluzioni delle Nazioni Unite, la 1511 del 16 ottobre 2003 e la 1546 dell’8 giugno 2004, che stabilivano le modalità per debellare il terrorismo e stabilizzare il fronte interno iracheno. E sono stati ripetutamente invitati a restare nella regione da un governo, quello di Bagdad, che nel corso del 2005 è stato legittimato da tre tornate elettorali: il 30 gennaio, il 15 ottobre e il 15 dicembre.

Questo attentato coglie l’Italia in un difficile passaggio nel quale un governo sta uscendo di scena e quello nuovo ancora non c’è. Se un effetto potrà avere sulla nostra politica interna dovrà essere - ci auguriamo - quello di accelerare le procedure perché nei modi più limpidi il Paese, a tre settimane dalle elezioni, possa avere riferimenti istituzionali certi. E c’è da augurarsi che, come è stato oggi anche per merito di gran parte del centrodestra, a nessuno venga in mente di sfruttare l’occasione luttuosa per far valere la radicalità del proprio punto di vista o per seminare zizzania in campo avverso. Un Paese civile è quello che non modifica i propri impegni internazionali a seguito di un’emozione e riteniamo che il modo giusto per onorare De Trizio, Lattanzio e Ciardelli sia quello di considerarli eroi di pace caduti sotto i colpi di una banda di guerra. E di mantenere l’impegno a restare in Mesopotamia per il lasso di tempo che serve a portare a termine la missione di aiutare l’Iraq a sconfiggere, da sé, quella banda di guerra.

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* DARFUR

E’ ORA CHE L’OCCIDENTE INTERVENGA

di Bernard-Henri Lévy dal CORRIERE DELLA SERA del 1/05/06 (traduzione di Maria Serena Natale)

La situazionc del Darfur, cominciata nella regione tre anni fa e in tutto il Sudan mezzo secolo prima, rischia di raggiungere l'apice della barbarie e dell'orrore. Si sapeva dei villaggi rasi al suolo dagli aerei provenienti dalle basi di El Obeid e Pori Sudan. Si sapeva delle colonne di Janjaweed, letteralmente «uomini armati e a cavallo», che dopo i bombardamenti finivano i sopravvissuti all'arma bianca.

Si conosceva l'avevo denunciata, in seguito al mio incontro del 2001 con John Garang (defunto leader del Movimento per la Liberazione del Popolo del Sudan, ndr) la pratica degli stupri di massa divenuta come in Bosnia strumento di conquista e di guerra. Non si ignorava nulla, infine, della natura razzista, puramente razzista, di un conflitto che, essendo musulmane le stesse tribù degli Zaghawa e dei Massalit in rivolta contro Khartum, non ha più come nel Sud la «giustificazione» della guerra di religione ma dimostra di avere quale unico motore l'odio che gli arabi bianchi del Nord nutrono nei confronti di una popolazione colpevole di avere la pelle troppo nera.

Ora il regime partecipa ai colloqui di pace ma tenta, fino all'ultimo, di impedire che i rappresentanti dell'Onu accedano alle zone devastate. Vengono perseguitate le Ong europee, in particolare norvegesi, che continuavano a mantenere semiaperti i corridoi umanitari e ora sono costrette a sloggiare. Con infinito cinismo le milizie applicano la legge del 20 febbraio 2006 che vieta qualsiasi «organizzazione straniera» la cui attività possa dare l'impressione di esercitare, (sic!), una «ingerenza» negli «affari interni del Sudan» e così ledere, ancora (sic!), la «sovranità» di uno Stato che rivendichi il libero diritto di sterminare come crede.

C'è chi, di fronte a tali atrocità, condanna lo stesso principio di intervento definito in anticipo «neo coloniale»: è il caso della Lega araba. E c'è chi semplicemente non nutre alcun interesse per una guerra in una parte sperduta del mondo nella quale non c'è più opposizione tra ricchi europei cattivi e poveri cortesi del Terzo Mondo: ah, questi neoprogressisti tanto più loquaci sul conflitto israelo-palestinese! Ah, questi antimperialisti e terzomondisti che, quando si tratta di una guerra che ha fatto 500 volte più morti ma senza che nè Israele nè l'Occidente vi prendessero la minima parte, d'un tratto non hanno più nulla da dire!

Esistono, in Francia, organizzazioni che si credeva avessero per dovere e vocazione la difesa delle minoranze nere vittime sia di discriminazione che di negazione della memoria, e che, pure, si distinguono per il loro silenzio: è perché il nemico non ha più le fattezze dell'ebreo negriero e saccheggiatore delle foreste africane? Perché questa guerra tra musulmani arabi e non arabi complica, daccapo, il vecchio schema? Perchè rappresenta la terribile conferma della tesi storica che vede nel massacro dei neri d'Africa un crimine africano e, in particolare, tanto arabo quanto occidentale? Perché è la prova, ad esempio, che quanti l'anno scorso vollero incolpare di revisionismo Olivier Pètrè-Grenouilleau (storico francese autore di Les traites négrières, essai d'histoire globale de l'esclavage, ndr) erano non solo ignoranti ma vere carogne'

In breve, in tanti hanno una ragione, ogni volta differente, per desiderare che il presidente sudanese El Bashir faccia quel che deve, rapidamente e senza strepiti.

Ma gli altri? Tutti gli altri? Tutte le persone normali che, come voi e me, avevano giurato: «Mai più Auschwitz», e poi: «Mai più la Bosnia», e poi: «Mai mai più la vergogna del Ruanda»? E Kouchner, l'amico Kouchner, che inventò il dovere di ingerenza umanitaria? E Mandela, il grande Mandela, che ha incarnato, per un momento, la coscienza e la nobiltà degli uomini? Gli Stati Uniti d'America? La Francia e la sua diplomazia africana? Tutti gli uomini e le donne che, in Francia, si sono levati come Madame Taubira (deputata della Guadalupa promotrice di una legge che definisca la schiavitù un crimine contro l'umanità, ndr) in difesa della causa dei neri e che oggi sarebbe bello ascoltare?

Convengo sul fatto che il problema non sia di facile soluzione. Occorre però convenire anche sul fatto che sia 100 volte meno complicato della destituzione di Saddam Hussein. Sappiamo che dire basta a Khartum non richiederebbe uno sforzo molto superiore a quello che fu necessario dieci anni fa, dopo cinque anni di rinvii e viltà, a fermare Milosevic nei Balcani. Quindi, cosa stiamo aspettando? Ogni giorno che passa è un giorno di vergogna e sconfitta.

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* IL POTERE DI GRAZIA

LA CONSULTA HA DICHIARATO CHE NON SPETTAVA AL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA IMPEDIRE LA PROSECUZIONE DEL PROCEDIMENTO DI CLEMENZA PER OVIDIO BOMPRESSI, CONDANNATO CON ADRIANO SOFRI A 22 ANNI PER L'OMICIDIO DEL COMMISSARIO CALABRESI.

Intervista a Marco Pannella di Gigi Padovani da LA STAMPA 4/05/06

Marco Pannella è l’uomo politico che più si è battuto, insieme con il verde Marco Boato, perché Bompressi e Sofri potessero usufruire della grazia: appelli, scioperi della sete, dichiarazioni e sit-in. Alla fine, ha avuto ragione lui. Ma forse i tempi non sono sufficienti perché Carlo Azeglio Ciampi possa prendere quella decisione bloccata da tre anni, e quindi Pannella ha reagito ieri nel suo consueto linguaggio agro: «Posso dire che questa deliberazione della Consulta ha il sapore della beffa, un sapore ignobile». Ora Pannella annuncia nuove iniziative a difesa della legalità, anche per gli otto senatori radicali che non sono stati proclamati, e dice: «Leggeremo la sentenza, ma è davvero un evento che ribalta anni di errori, anche da chi al Quirinale ha consigliato male Ciampi».

D: Onorevole Pannella sono passati invano tre anni? Fu lei sollevare il caso dell’articolo 89 della Costituzione e a far reagire il Quirinale.

R.:«Guardi, tutto questo è dovuto a una azione dolosa, atta a impedire al Presidente della Repubblica di esercitare il suo potere. Ne abbiamo parlato anche recentemente con Paolo Armaroli, quando ha presentato il suo libro “Grazia a Sofri? Un intrigo costituzionale”. Parte da tesi opposte alle mie, nella convinzione che il potere sia di tipo duale. Ma così non è. Dimostreremo che fu tutto voluto».

D.: In che senso?

«Lo dimostreremo e documenteremo con calma. Noi siamo riusciti a far valere questo tema dei poteri del Capo dello Stato».

D.: Non si tratta soltanto di un caso Sofri o Bompressi?

R.: «E no! Mi sono sempre rifiutato di mischiare le due cose».

D.: Sembra che la Consulta abbia dato ragione a Ciampi.

R.: «Appunto, vedremo dalla lettura della sentenza, questa pare la interpretazione prevalente. Purtroppo finora, per trent’anni almeno, si era esaltata la prassi contro la lettera della Costituzione».

D.: Cosa significa?

R.: «E’ un fatto ideologico, sia pure in modo inconsapevole. Infatti così si pensa che, in uno Stato parlamentare o per meglio dire partitocratico, i poteri di tipo presidenziale possano essere considerati quasi come “monarchici”, in senso negativo. Noi invece crediamo alle persone e alla loro responsabilità, in modo anglosassone: vogliamo che tutti siano eletti in modo diretto, nei collegi come nella carica presidenziale. E per questo attribuiamo ampie responsabilità alle cariche istituzionali, come negli Stati Uniti. La partitocrazia parla di rischio-fascismo, ma in realtà sono dei proporzionalisti: infatti nelle ultime elezioni, con la legge, hanno fatto scomparire le persone...».

D.: Quindi?

R.: «Siamo riusciti a restaurare l’anima della Costituzione contro una dottrina e una giurisprudenza che valorizzava la prassi contro la lettera. Del resto, già nell’89 la riforma di procedura penale andava in questo senso, precisando che non occorre né domanda né proposta di grazia, con l’articolo 681».

D.: Ciampi si mosse, però.

R.: «Il Presidente nell’estate 2003 disse che era in attesa di esercitare i suoi poteri di grazia: un fatto inaudito, un grido di dolore, per il quale ci siamo mossi. Poi è arrivata l’iniziativa del Parlamento, con Boato, fallita come era naturale: e sa per fare cosa? Volevano varare una legge che permettesse al Capo dello Stato di fare il Capo dello Stato... Assurdo. Il guaio è che i costituzionalisti convinsero anche Ciampi, che convocò i presidenti delle Camere e si emoziò personalmente».

D.: Lei criticò anche la scelta della Consulta di ammettere il conflitto di poteri.

R.: «Ma certo, non dovevano ammetterla. Ben diversa cosa sarebbe stata una firma di Ciampi, a fronte di una non-firma di Castelli: quello era il vero conflitto. Dopo gli scioperi della sete, le proteste, ci siamo arrivati. Ora parte una nuova fase»

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* Sanità e morale

lo strano divieto dei farmaci a base di cannabis

Dal Corriere del Mezzogiorno - Bari e Puglia, 28/04/06

Desidero intervenire sulla questione dell'utilizzo dei farmaci a base di cannabinoidi nella sclerosi multipla. Si tratta di farmaci che, in base a numerose sperimentazioni (compiute tutte all'estero), hanno una buona azione contro sintomi molto comuni nella sclerosi multipla. Di certo la cannabis, fra mille ostacoli ed infiniti problemi, sta aiutando sempre più medici e pazienti.

In quasi tutti i Paesi occidentali si è arrivati all'inserimento nel prontuario farmaceutico di cannabinoidi sintetici. Come malato di sclerosi multipla ed esponente della Rosa nella Pugno chiedo: perché in Italia, dove tante sostanze chimiche (Prozac ed altre) sono legali è sempre più difficile venire in possesso di sostanze naturali? La canapa e i suoi derivati continuano ad essere illegali (anzi si parifica questa sostanza ad altre droghe ben più pesanti); anche se esiste su Internet un modulo ministeriale per la richiesta di importazione dei farmaci a base di cannabis, che il medico compila, la Asl riconosce, timbra e invia al ministero della Salute per l'autorizzazione.

Non voglio istigare all'uso di una sostanza illegale; voglio solo che sia data la possibilità a ogni paziente di informarsi, di valutare e di decidere del proprio corpo come meglio crede.

Andrea Trisciuoglio - Foggia

Gentile Signor Trisciuoglio,

la penso come lei. E ritengo pure che la sua riflessione alzi il sipario su una questione tutta italiana: la via ipocrita alla politica e, di conseguenza, alla creazione delle leggi. Il nostro è sulla carta Paese di sani, cattolicissimi (quando conviene), principi. Salvo offrire scappatoie, ipocrita: più o meno consapevole ammissione del fatto che dietro la facciata c'è carenza di presupposti a quella «morale» sancita per legge.

Ipocrisia ancora più deleteria in campo sanitario. Mi trovo d'accordo, in questo senso, con la battaglia che è stata condotta dai radicali Luca Coscioni e Camillo Colapinto (l'uno umbro, l'altro pugliese, recentemente scomparsi), colpiti da un'altra grave malattia: per quel che riguarda la sanità, ogni discorso sull'efficienza e l'organizzazione deve essere affiancato dalla ricerca di maggiore libertà e autonomia. Penso, ad esempio, che si debba consentire, ponendo pure regole e limiti chiari, la ricerca sulle cellule staminali, per poter curare malattie che colpiscono decine di migliaia di italiani; e sono convinto del fatto, per venire al problema da lei sollevato, che si debba garantire la libertà terapeutica, affidata al rapporto tra paziente e medico, per quel che riguarda la somministrazione di farmaci ampiamente testati e autorizzati in tutti i Paesi civili, ma ostacolati (e in alcuni casi proibiti) nel nostro Paese: è il caso della cannabis per uso terapeutico.

Ammesso che sia condivisibile il divieto della pillola Ru 486, quale giustificazione può mai avere il divieto d'utilizzo della cannabis sintetica? Chi può pensare che una persona gravemente malata usi quei medicinali solo perché ha voglia di passare una serata in compagnia e li trova più comodi di una cosiddetta «canna»? Eppure il divieto c'è; e se un malato dovesse usare quei farmaci - senza sottoporsi all'ipocrita, lunga, macchinosa trafila burocratica da lei citata - rischierebbe di essere inquisito come un trafficante di droghe pesanti.

Immagino i sorrisini sarcastici che questa situazione provoca tra i boss delle vere narcomafie. E immagino pure l'amarezza che può trovare una persona malata, in una società in cui trangugiare alcol e ingolfarsi di tranquillanti è considerato molto «trendy». Molto meno rispettare il diritto alla salute.

Marco Brando

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* VENETO LIBERALE

LA CONFERMA DELLA RAGIONEVOLEZZA DELLO SCIOPERO DEL VOTO

da http://groups.yahoo.com/group/liberali_veneti 2/05/06

Veneto liberale aveva deliberato lo sciopero del voto alle elezioni politiche perché erano viziate da illegalità, per violazione del principio costituzionale della pari dignità delle forze politiche concorrenti, e dall'esito scontato della vittoria dell'immobilismo conservatore, qualsiasi maggioranza fosse scaturita dalle urne.

E' andata peggio del previsto. L'esito elettorale non promette solo l'immobilismo governativo ma anche l'ingovernabilità. Inoltre la illegalità, per violazione del principio costituzionale della pari dignità delle forze politiche concorrenti, riscontrata prima delle elezioni si è attuata non solo durante ma avrebbe determinato anche il risultato elettorale di alcune liste. La lista "Rosa nel Pugno", quella di "Italia dei Valori"  e la lista "DC-PSI" hanno presentato ricorsi giudiziari in cui denunciano di essere rimaste vittime di uno scippo di senatori da parte dei partiti maggiori. Sembra che ben 8 senatori, che sarebbero spettati a loro per effetto della legge elettorale, sono stati assegnati ad altre liste. Addirittura ben 4 senatori sarebbero stati sottratti alla lista "Rosa nel Pugno" con conseguente espulsione dal Senato di Marco Pannella e dei suoi amici dello Sdi. Ed ecco spiegata la denuncia di Pannella anche in occasione della elezione del Presidente del Senato. Naturalmente Pannella ha chiesto al leader Prodi ("saremo i giapponesi di Prodi") di porre fine alla flagranza della illegalità.

In cosa consisterebbe questa ennesima illegalità? La legge elettorale per il Senato distingue chiaramente due ipotesi: la prima si verifica se le coalizioni abbiano ottenuto il 55 per cento o più, la seconda se non l'abbiano ottenuto. Mentre nel primo caso è prevista una soglia di sbarramento del 3 per cento, nel secondo caso questa previsione verrebbe meno eliminando ogni soglia di sbarramento. E in Piemonte, in Liguria, in Abruzzo, in Campania ed in Puglia nessuna coalizione ha ottenuto almeno il 55% dei voti. Perciò in queste regioni la ripartizione dei seggi senatoriali sarebbe avvenuta "contra legem". Fior di giuristi affermano che il dato letterale della legge conferma questa tesi.

Ed anche questo triste episodio rafforza la convinzione che lo sciopero del voto è stata una scelta ragionevole. Illudersi e far illudere i cittadini sul ripristino della legalità da parte del regime partitocratrico sarebbe stato un atto irresponsabile in quanto contraddittorio con il radicale antagonismo dichiarato.

Beppi Lamedica - segretario di Veneto liberale

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* RISPOSTA PACOR

L’ASSENZA DELLA DEMOCRAZIA LIBERALE

di Beppi Lamedica da www.liberalcafe.it 28/04/06

Secondo Gionata Pacor (cfr. I liberali visti dall'Europa in www.liberalcafe.it) l’impossibilità di riunire i liberali dipenderebbe da:

a) da un lato la ritrosia da parte dei dirigenti dei vari gruppi a fare un passo indietro in nome della creazione di un soggetto aggregatore che, in quanto unico, comporterebbe una riduzione, gioco forza, dei ruoli di leadership;

b) dall'altro, un limite culturale dovuto alla tendenza individualista e talvolta consevatrice che è stata la ricchezza ed al tempo stesso il limite dei movimenti liberali;

c) l’anomalia italiana dovuta principalmente a tangentopoli, al passaggio da un sistema proporzionale ad un sistema bipolare ed all’imporsi sulla scena del personaggio di Berlusconi.

I primi due punti, ad onor del vero, come riconosce Pacor, sarebbero stati individuati da Alessio di Carlo (http://luxor.ilcannocchiale.it/).

A mio avviso il problema fondamentale non è nella impossibilità di riunire i liberali, ma nell’assenza in Italia della democrazia liberale. Per individuarne il contenuto basta rileggersi il bel libro di Giovanni Sartori “Democrazia: cos’è”, di recente ripubblicato in edizione economica, e riflettere sul fatto che né la Gran Bretagna, né gli USA hanno sofferto di regimi totalitari.

E perché manca in Italia la democrazia liberale? Perché i liberalismo tricolore ha sempre preferito il moderatismo ed il trasformismo per paura del socialismo. Forse l’unica generazione liberale rivoluzionaria è stata quella che dette vita alla stagione della destra storica, ma poi la paura del socialismo e del democratismo hanno spinto i liberali a solidarizzare con i conservatori (il culmine è stato raggiunto con il patto Gentiloni di Giolitti), mentre pochi eretici, forse confusamente, tentavano di indicare vanamente una nuova strada. Conseguentemente la bandiera dell’innovazione, caratteristica naturale del liberalismo, è stata sventolata da soggetti antiliberali che non potevano, perciò, realizzare alcuna democrazia liberale.

E così, dopo la sciagura e la catastrofe del fascismo, le forze politiche nate con la resistenza non poterono essere che in gran maggioranza antiliberali mentre le componenti liberali, divise tra la tradizionale simpatia per il conservatorismo e la confusa ricerca di una nuova strada, sono risultate marginali ed insignificanti.

Negli anni ‘70 dello scorso secolo il regime partitocratrico, frutto di quella prassi e di quella cultura antiliberale, cominciò a scricchiolare (divorzio, aborto, voto ai diciottenni, nuovo diritto di famiglia, etcc.) ma il regime ha saputo rimediare a possibili collassi palesando la prassi del compromesso storico. E i liberali continuarono ad essere marginali perché ancora vittime di quella cultura moderata, da una parte e radicale dall’altra.

Bisogna giungere agli anni’90 per aversi una crisi del sistema molto significativa. Ma anche in quella fase il conservatorismo di regime riuscì a trovare il rimedio del mattarellum per far sopravvivere il regime ed imbrigliare l’opinione pubblica liberale che premeva per l’innovazione. E così per circa dodici anni il regime partitocratrico si è strutturato su due coalizioni tenute assieme da collanti antipolitici (antiberlusconismo/anticomunismo) incompatibili con la democrazia liberale che prevede la competizione tra avversari e non tra nemici.

Alla vigilia del crollo del bipolarismo partitocratrico, il regime ha inventato un sistema elettorale per cui la centralità delle segreterie partitiche è stato sottoposto a blindatura.

I liberali, invece di rifiutare questo nuovo sistema elettorale, lo hanno sostenuto avendo manifestato il proprio consenso sia partecipando al confronto sportivo e sia rifiutando di divenire oggetto di discredito da parte dell’opinione pubblica che riteneva dovere civico il diritto di voto.

Quindi se la carenza in Italia è la democrazia liberale il difetto non sta nella mancanza di un soggetto unitario dei liberali, ma è nella mancanza di un soggetto politico che, partendo dalla consapevolezza dell’assenza della democrazia liberale, si attrezzi per le necessarie modernizzazioni politiche, economico-sociali e civili con, almeno i seguenti strumenti:

1. il modello di organizzazione federale come strumento per il nuovo soggetto politico nazionale;

2. la modifica del sistema elettorale in senso maggioritario, all'inglese;

3. l'assemblea costituente per le riforme istituzionali;

4. la "europeizzazione" dei cittadini.

In conclusione, caro Pacor e cari amici la cruna d’ago attraverso cui i liberali devono passare, se vorranno essere protagonisti della lotta politica, è realizzare un’occasione d’incontro in cui serenamente confrontare i vari punti di vista e ricercare i simili con cui dar vita al partito di liberali.

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* COSTITUENTE PER LA RADICALE ALTERNATIVA LIBERALE

L’OPINIONE DI MARIO CAPUTI

di Mario Caputi da www.liberaliperlitalia.it 3/05/06

L’alternativa liberale indipendente dal polo di destra e da quello di sinistra c’è già. Amici, mettetevelo bene in mente e NON fate finta di NON vederlo.

Quell’alternativa di folli sognatori è sulle strade della più importante città italiana. (si, perché i liberali sono folli sognatori… è scritto su, fra le righe di tutti voi). Ha fatto banchetti per due mesi parlando con tutti i cittadini, raccogliendo parole di supporto e di censura, complimenti e vaffanbagno. Ha raccolto oltre 1.000 firme, una ad una, davanti a supermercati e nelle piazze senza farsele dare (alias: prestare, passare, elemosinare, etc) da nessun altra forza politica. Non ha ceduto alle lusinghe di chi “voleva consigliarci di…”, di chi “voleva presentarci a …”, di chi prometteva mari e monti (alias: pagnotte e vinello). 

Quell’alternativa liberale che volete (Beppe, Giuliano, Guido, Jinzo, Livio, Luca, Nico, Tonno, Vittorio e con voi tutti gli altri), che pianificate e che vi augurate, che vi tiene svegli con i PC accesi e che vi fa parlare, scrivere, alzare la voce e i toni, ma che vi fa anche sorridere e stringere amicizie e rapporti personali, quell’alternativa liberaleebasta è una realtà.

Non vogliamo apparire immodesti, ma dobbiamo parlare di noi rivolgendo un sincero ringraziamento a Gabriele Pagliuzzi, che ha orchestrato l’iniziativa e l’intrapresa. Milano avrà un candidato sindaco liberale, indipendente, con tanto di bandierina, logo e sfondo giallo (lo so, lo so, a non tutti voi piacciono, ma di questo ne parlo dopo… ora fatemi gioire in pace!).

Attorno a lui si è riunito un gruppo di sognatori che ha speso (alias: investito) risorse proprie (tempo e denaro, dati liberalmente e non finanziati da contribuenti e finanziatori pubblici) per testimoniare a tutta Italia che i liberaliebasta esistono. E che la politica del polo liberale è possibile. E che abbiamo una ricetta ed un metodo.

Ed è proprio di questa ricetta e di questo metodo che questo mio scritto vuole parlare.

Avremmo potuto riflettere sulla ragione dell’essere liberali oggi in Italia. Avremmo potuto starcene buonini a ragionare di Costituenti e di riunificazioni. Avremmo potuto appoggiare altri liberali nelle altre liste della CdL.

Abbiamo invece deciso di scendere in campo e di testimoniare il ritorno di un movimento politico, storico in Italia, posizionato né a destra né a sinistra, proprio dove volete tutti voi che scrivete blog, newsletter ed email. Ed allora, se realmente vogliamo volare in alto tutti assieme in una Costituente (o negli Stati Generali che dir si voglia), beh allora siamo noi a chiedere gentilmente a tutti voi (Beppe, Giuliano, Guido, Jinzo, Livio, Luca, Nico, Tonno, Vittorio e via di seguito tutti gli altri), di utilizzare il buon senso delle oche.

Oggi, a Milano, la “formazione liberale a V” ha una sua punta ed una sua direttrice. Aiutateci a volare più in alto e più veloce.

E domani?

E domani, all’indomani del voto, che sia infinitesimale (alias: uno zerovirgola) o significativo (alias: dall’unovirgola in su) dovremo riflettere assieme su tutto quanto avete detto e scritto e finalmente decidere di nascere. Ognuno apportando i propri talenti e perseguendo i suoi sogni (il think-tank di Luca? I blog di Nico e Beppi? La visione di Vittorio? Il giornale di Giuliano? La moderazione di Guido e Tonno? L’entusiasmo e il vigore di Jinzo? L’ancoramento alle radici di Livio? La squadra e il metodo di Gabriele?)

Tutto serve in una “formazione liberale a V”. Tutto va utilizzato per unire i liberaliebasta e per far nascere il Polo Liberale.

Riconoscere che ora c’è il VOSTRO candidato liberale sindaco a Milano è il primo passo per la Costituente futura. E riconoscerlo vuol dire rendersi conto che quanto diciamo noi nella attuale campagna elettorale è largamente condivisibile da tutti i liberali con del sale in zucca (attenzione: “largamente” non vuol dire “totalmente” ma è pur sempre un ottimo risultato). E se il programma e il metodo sono condivisibili, è ovvio attendersi una VOSTRA decisa presa di posizione –ognuno nel suo piccolo e con i propri mezzi- a supporto della nostra lista milanese.

Comprendere che -una volta spaccato in venticinquemila pezzi- un capello non lo si riattacca più è il vostro Rubicone strategico, da attraversare ora o mai più. Dimostriamo tutti assieme, chiaramente, che a Milano le oche liberali hanno per ora assunto una formazione a “V”.

Come dimostrarlo? Sappiamo benissimo cosa occorre fare e dire in queste circostanze per facilitare la nostra campagna elettorale e permetterci un risultato che noi per primi metteremo a fattor comune con tutti voi.

Ma se non oltrepassiamo ora il Rubicone, allora facciamoci tutti quanti un favore reciproco: piantamola di  scrivere di Unità liberale, di Polo liberale, di Costituenti e di Stati Generali. Rassegniamoci a voli di zanzara, altro che voli in alto. Rassegniamoci ad aver completamente perso la faccia di uomini intellettualmente onesti.

PS come promesso.

Abbiamo annunciato dal sito che dopo il voto milanese organizzeremo una riunione di Costituzione del Polo Nazionale dei Liberali. Come ci siamo detti e scritti in queste settimane sarebbe bello ed utile farlo tutti assieme, a patto che ci partecipino quegli amici liberaliebasta che siano pronti a recepire un minimo comun denominatore programmatico. In quella sede, la nostra Formazione Liberale dovrà e potrà darsi una nuova “V” aperta a tutti. In quella sede, si definirà il piano d’azione per il radicamento territoriale, con un logo, un nome, un colore che ci riunisca in un’unica casa. Non vi piacciono il ns. logo, il nostro simbolo, il colore giallo? No problem… li si cambia tutti assieme. Ma ora, per favore, oltrepassate il Rubicone.

Con affetto e simpatia a tutti quanti.

RISPOSTA A MARIO CAPUTI

Apprezzo le tue iniziative ed apprezzo ancor più l’iniziativa di una occasione di incontro (da te chiamata Costituzione del Polo Nazionale dei Liberali) aperta ad ogni conclusione (minimo comun denominatore programmatico, piano d’azione per il radicamento territoriale, con un logo, un nome, un colore…).

Ad altro interlocutore, che suggeriva il miglior mix per la costituzione di un soggetto “di” liberali (gente, soldi, idee e comunicazione), suggerivo di declinare gli ingredienti in modo diverso: idee, gente, soldi e comunicazione. Perché se si aggregano persone con idee molto diverse (ad esempio anti libertari e liberisti o dirigisti e liberali o libertari e statalisti etc..) può essere un primo passo ma poi bisogna scegliere e costituire un’aggregazione di simili, altrimenti non si “costruisce” un soggetto politico che possa allettare una certa “domanda” dell’opinione pubblica e che potrebbe, perciò, trovare anche quelle energie economiche e finanziarie, presupposto necessario per una comunicazione teoricamente sufficiente.

Quindi suggerivo di puntare sulle idee (minimo comun denominatore programmatico), come punto di partenza, piuttosto che sulle etichette. (Qualcuno diceva che le buone idee non sono garantite dalle etichette, come se fosse del vino.) Ed allora occorre capire in cosa consiste essere, al contempo, liberali, liberisti e libertari. Come modernizzare le istituzioni politiche ed ossia, visto che in Italia non c’è una democrazia liberale, cosa occorre per realizzarla? Come modernizzare le istituzioni economico-sociali ed ossia, visto che in Italia vi è corporativismo, cosa occorre per liberalizzare il mercato? Come modernizzare la società ed ossia, vista la omologazione dei comportamenti della “gente”, cosa fare per garantire la libertà individuale?

Ecco, per essere pragmatici, misuriamoci con queste domande.

Con altrettanto affetto e simpatia

Beppi Lamedica

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* LETTURE

MASSIMO TEODORI “LAICI” Marsilio, Venezia 2006

L’IMBROGLIO ITALIANO

C’è un’invadenza clericale nel nostro paese, come mai in passato. In passato l’interferenza era causata dal fatto che molti, che avevano il compito istituzionale di frenarla, disertavano il proprio ruolo. Oggi a questo vizio storico si è aggiunta la complicità dei neotradizionalisti, come li chiama Teodori, ed ossia gli “atei devoti, i laici pentiti e i novelli bigotti” che si presentano addirittura quali “liberali”. Il parallelismo che fanno con i “neo-cons” e con i “teo-cons” è del tutto fuori luogo perché questi ultimi agiscono in una società secolarizzata in cui la Costituzione “vieta esplicitamente alle istituzioni pubbliche di riconoscere una religione come favorita (che è la sostanza dei Concordati), mentre garantisce l’eguale libertà di coscienza e di culto a tutti i cittadini”. Il muro della separazione tra politica e morale garantisce la società liberale statunitense, mentre l’assenza di questo muro fa rischiare il trionfo del confessionalismo nella nostra società. Il compito dei laici è non solo quello di erigere il muro della separazione tra politica e morale ( nel 1957 Gaetano Salvemini sollecitava i partecipanti al convegno de “Il Mondo” su “Stato e Chiesa” di agire per l’abrogazione del Concordato, anche se sarebbe stata una battaglia difficile e lunga) ma è anche quello di denunciare i “falsi liberali” quali “veri clericali”. Il pamphlet di Teodori denuncia il comportamento di liberali come Pera e Quagliarello o laici come Ferrara ed Adornato che si fanno portavoce delle proposte clericali di Benedetto XVI e del cardinale Ruini, con argomentazioni da cui dovrebbe discendere la “sana laicità”.

Affermavo che chi aveva il ruolo istituzionale di frenare l’invadenza clericale aveva disatteso, in passato, il proprio compito. Il nuovo governo di centrosinistra non sembra, sul punto, che può invertire la tendenza. E’ nota la posizione dei leaders dell’Unione nei confronti dei cosiddetti temi “eticamente sensibili”, coerente con la determinante astensione in occasione dei referendum della primavera scorsa sulla legge “contro” la fecondazione medicalmente assistita.  Ed è altrettanto nota la posizione in favore del regime concordatario del nuovo presidente della Camera dei deputati.

Vittorio de Caprariis, grande storico del pensiero politico,  su “Il Mondo” del 1 maggio 1956 scriveva : “In effetti ridotto alla sua sostanza politica il laicismo non è solo una certa soluzione del problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, ma è una dottrina dello Stato e della politica, è una dottrina moderna della libertà”. De Caprariis sovrapponeva, sostanzialmente, laicismo e liberalismo. E Teodori dichiarandosi “liberale e laico” indica al liberalismo e al laicismo moderno italiano la strada da percorrere al fine di evitare di cadere nell’errore dei neotradizionalisti che si dicono liberali ma che si comportano da clericali e nell’errore di coloro che ritengono “sana” la laicità che non prevede un comportamento anticlericale. (bl)

SOMMARIO: Ouverture: allegro ma non troppo – LAICI. L’IMBROGLIO ITALIANO – L’imbroglio antiliberale – L’identità come feticcio – Per costituzionalizzare Dio – Bottiglione: vittima o vittimista? – Viva l’embrione ideologico – Lo spettro dell’eugenetica – Referendum: il trionfo di Ruini – Religione e politica – Con la scusa del laicista – Un Concordato da archiviare – Abortirai con dolore – I capricci dei gay – Il diavolo nella scienza – Il vizietto catto-comunista – Politica e morale: il passo del gambero – Per saperne di più – Indice dei nomi

GIOVANNI SARTORI “DEMOCRAZIA, COS’’E” Garzanti, Milano 2006


 
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