sabato 11 febbraio 2006
Data: Thursday, 19 April @ 11:12:31 CEST
Argomento: Per non mollare


per non mollare

Newsletter per l'azione liberale

 

[…]SCIOPERO DEL VOTO alle prossime elezioni politiche, già viziate da illegalità per violazione del principio costituzionale della pari dignità delle forze politiche concorrenti e dall’esito scontato della vittoria dell’immobilismo conservatore, qualsiasi maggioranza scaturisse dalle urne[…]



(dalla Mozione politica dell’VIII congresso di Veneto liberale - 8 dicembre 2005 e 29 gennaio 2006)

 

Anno VII – n. 04 – 11 febbraio 2006

SOTTOSCRIVETE IL MANIFESTO DELLA LIBERTA’ E DITE LA VOSTRA SULLE DODICI PROPOSTE.

 

www.societalibera.org

 

POTRETE ANCHE ADERIRE, VIA INTERNET, AL MOVIMENTO DI OPINIONE.

------------------------------------------------------------------

APPUNTAMENTI

·         MILANO 15/02/06 h. 11,30 Palazzo Giureconsulti – Piazza Mercanti, 2 “IV rapporto sul processo di liberalizzazione della società italiana” Introduce: Piero Ostellino Intervengono: prof. Sergio Mattia, prof. Pier Giuseppe Monasteri, prof. Ruben Razzante e prof. Ernesto Savona

·         ROMA 17/02/06 h. 16,30 piazza Campo dei Fiori ricordo del martirio di Giordano Bruno Laicita’ garanzia di libertà”. Organizzazione: associazione nazionale del libero pensiero “Giordano Bruno” (aderente all'union mondiale des libres penseurs) presidenza nazionale: avv. Bruno Segre, via della Consolata,11 -10122 Torino - telefax: 0115212000 - e.mail: linc@marte.aerre.it www.liberopensiero.20m.com con il patrocinio del Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma.

·         PADOVA 25/02/06 in via Manzoni 4 c/o Perchè No Cafè alle ore 15.00. Riunione del tavolo permanente dei liberali veneti: Ordine del giorno: - Lancio del manifesto di costituente dei liberali veneti - Organizzazione del giorno della costituente veneta - Stato delle elezioni amministrative – varie ed eventuali. Per informazioni Michele Marchioro cell. 3473186851

------------------------------------------------------------------

11 FEBBRAIO E “CONCILIAZIONE” SILENZIOSA.

In occasione del trentesimo anniversario della sottoscrizione dei patti lateranensi (11 febbraio 1929) sia il moderato Giovanni Spadolini che il radicale Ernesto Rossi concordavano sulla necessità di superare il “Concordato”, quale strumento per regolare i rapporti tra lo stato italiano e la chiesa cattolica.

Spadolini, in un articolo di fondo de “Il Resto del Carlino”, quotidiano moderato bolognese, ricordava la inutilità per i cattolici della sottoscrizione del “Concordato” in quanto ormai, raggiunta l’unità nazionale, i cattolici si erano riconciliati con la nuova Italia. Rossi, a propria volta, in un articolo sul settimanale radicale “Il Mondo”, sosteneva infausta la data dell’11 febbraio 1929 in quanto il “Concordato” era una vittoria del fascista Mussolini.

A distanza di tanto tempo il tema del “Concordato” è ancora di attualità perché  non risolto. Il tema risale almeno alla fondazione della repubblica italiana. Alla Costituente del 1947, infatti, non sono serviti gli interventi dell’avv. Piero Calamandrei e del filosofo liberale Benedetto Croce per impedire la costituzionalizzazione dei patti lateranensi, voluta soprattutto dalla Democrazia Cristiana e dal Partito Comunista. Conseguentemente, l’art. 7 dell’attuale Costituzione, è stato l’alibi per stipulare un nuovo “Concordato” al tempo del governo del socialista Craxi nel 1984. In sostanza il continuismo tra regime fascista e regime postfascista è anche evidenziato da questo sistema concordatario utile allo stato fascista per imbrigliare le masse cattoliche ma altrettanto utile allo stato clericale postfascista per prendersi la rivincita nei confronti dello stato liberale che aveva regolato il rapporto con l’altra sponda del Tevere, senza ricorrere a “concordati” o trattati bilaterali.

Spadolini e Rossi, come il cattolico liberale Arturo Carlo Jemolo erano sostenitori dello stato laico che è l’unica istituzione che permette la civile convivenza di una pluralità di religioni ed impedisce la degenerazione dello “scontro di civiltà” qualora si verificasse un confronto religioso. Perciò la questione non può non dirsi di attualità.

Concludendo, l’abolizione del sistema concordatario è la strada maestra per avere uno stato laico, che è l’unica forma dello stato liberale  moderno. (bl)

------------------------------------------------------------------

* SOCIETA’ LIBERA

UN DEFICIT DI LIBERALISMO

di Vincenzo Olita Direttore di Società Libera da www.societalibera.org

Il 4° Rapporto di Società Libera viene presentato in un momento significativo per l'immediata comprensione e la conseguente valutazione dello stato delle liberalizzazioni nel Paese.

Le vicende relative al ruolo della Banca d'Italia, alle attività finanziarie di soggetti pubblici e privati, tese al mutamento degli assetti proprietari di Istituti bancari ed organi di stampa, sono l'evidente dimostrazione di quante difficoltà, ostacoli e criticità occorre superare per assicurare alla società italiana un lineare ed organico processo di liberalizzazione.

Al di là della dialettica politica, gli avvenimenti di queste settimane evidenziano, ancora una volta, che il Paese sconta un deficit di liberalismo, una povertà di cultura liberale ascrivibile alla classe dirigente, non solo politica, nel suo complesso.

Il problema non è dissertare sul livello di onestà e di eticità di questa o quella parte politica, bensì individuare, promuovere ed avviare procedure e meccanismi atti a favorire l'esistenza e lo sviluppo di un libero mercato che, non ci stancheremo mai di segnalarlo, per essere tale ha bisogno di assoluta trasparenza, di poche regole e molte certezze. Così come è indispensabile un arretramento della politica da tutti gli ambiti non riconducibili ad un necessario intervento pubblico.

E' evidente che, prima di tutto, occorre un profondo cambiamento culturale capace di frenare la voglia di statalismo e di monopoli che accomuna larghi strati della nostra classe dirigente.

Condividere questa riflessione ci aiuta a comprendere il fenomeno di privatizzazioni che non producono sostanziali liberalizzazioni, intese come pluralità di offerta in cui la qualità di servizi, merci e prodotti si innalza mentre i costi tendono a ridursi.

------------------------------------------------------------------

* UNA BATTAGLIA DI LIBERTÀ E LE ICONE DELL' ODIO

VIGNETTE ANTI-ISLAM VIGNETTE ANTISEMITE

di Pierluigi Battista Corriere della Sera 4/02/06

La libertà di stampa va difesa con intransigenza, e per chi la difende non è lecito tentennare tra chi rischia la vita minacciata dal fondamentalismo omicida di quanti vogliono sottomettere l' Europa per incatenarla all'onnipotenza della censura e chi, come insegna l'assassinio rituale del regista Van Gogh, emette seriali condanne a morte attraverso messaggi carichi d'odio. Ma chi è dalla parte della libertà non deve forse ragionare, captare sottintesi che suonano ambigui e inquietanti, anche a costo di apparire pignoli sino alla pedanteria? Non si può non condividere l' appello di Sergio Staino e Adriano Sofri dove si invoca una giornata in cui le vignette incriminate siano pubblicate simultaneamente da tutti i quotidiani europei. E però, anche se ricattati dalla prepotenza di una fatwa, sovrastati dal frastuono ostile di chi brucia in piazza i simboli dell' Occidente liberale e tollerante, bisogna insistere. Difendiamo lo spirito critico. Ma nel nome della libertà della critica non sarà superfluo un supplemento di attenzione per scorgere qualcosa di repellente in quelle vignette di cui pure deve essere libera la circolazione: qualcosa che, nei tratti iconici raffigurati, nei moduli stilistici, nel linguaggio delle immagini ci precipita ancora una volta in un abisso di pregiudizi. Guardatelo, l'«arabo» tratteggiato in quelle vignette: la linea somatica che induce al disgusto chi legge e osserva, il volto truce, lo sguardo malvagio, l'aspetto sordido, le barbe nere e sterminate. Cosa ricorda, questa iconografia del nemico ridotto a caricatura del Male? Quei nasi malformati, quelle occhiate stereotipizzate, quelle sopracciglia selvatiche, dove le abbiamo già viste e dove continuiamo a vederle? Coincidenza vuole che sia in questi giorni in libreria una rilettura antologica della Difesa della razza (1938-1943) curata dalla studiosa Valentina Pisanty. Ecco, in queste pagine, l'«Eterno Ebreo» maltrattato nelle copertine, nelle illustrazioni, nelle fotografie pubblicate in quel ricettacolo del razzismo italiano: con il naso adunco, gli occhi «libidinosi» l'espressione «rapace», i tratti «avidi», la fisionomia «depravata». Indebolisce forse la determinazione della battaglia per la libertà riconoscere (come ha suggerito il Financial Times) un'aria di famiglia, una comune inclinazione alla condanna somatica (persino «razziale») nelle predilezioni estetiche dei vignettisti di oggi e in quelle degli antisemiti degli anni Trenta? E di quelle, occorre purtroppo aggiungere, che oggi, non settant'anni fa esprimono la stilizzazione dell' odio nella pubblicistica anti-ebraica che funesta la stampa araba. Basta confrontare le vignette, come il lettore del Corriere può verificare a pagina 5 (ndr del quotidiano in data 4/02/06). Nei giornali arabi (e nel silenzio, bisogna ricordare con sgomento, della cultura occidentale narcotizzata dal pregiudizio anti-israeliano) l'anti-ebraismo si coglie nella deformazione somatico-morale del Nemico «sionista», nella sua effigie orripilante, nel racconto per immagini in cui l'«Eterno Ebreo» allude all'incarnazione di un carattere demoniaco. Ma le vignette anti-islamiche sono stilisticamente così diverse? Difendere i vignettisti dalla fatwa deve forse impedirci di cogliere la presenza inquinante di un'estetica del disprezzo? E non cancellare gli interrogativi meno accomodanti non è forse il marchio di cui l' Occidente libero e tollerante può andare orgoglioso?

------------------------------------------------------------------

* SOCIETA’ DELLA RAGIONE

MANIFESTO LIBERAL SULLE DROGHE IN ITALIA

Da http://www.societadellaragione.it/sdr

TROPPO SPESSO la gestione di fenomeni sociali viene affidata con fiducia eccessiva alla sfera della legge, a interdizioni e divieti, a minacce e sanzioni. Accade così che il tema delle droghe venga agitato, strumentalmente, come specchio deformato e deformante di paure, ansie collettive e domande di rassicurazione.

NOI PENSIAMO, al contrario, che sia più efficace, nel caso del consumo individuale di sostanze stupefacenti (legali e illegali) valorizzare,piuttosto che il ricorso al codice penale, la responsabilità personale, l’informazione, i comportamenti consapevoli.

NOI CONCORDIAMO CON STUART MILL quando nel saggio La Libertà scrive: «Sopra se stesso,sul suo corpo, e sul suo spirito l’individuo è sovrano.Nessuno può essere costretto a fare o non fare qualche cosa per la ragione che sarebbe meglio per lui, o perché quella cosa lo renderebbe più felice, o perché nella mente dei terzi ciò sarebbe saggio od anche giusto.Le colpe puramente personali non possono dar luogo ad alcuna misura, né preventiva, né punitiva».

SIAMO ALLARMATI dalla proposta del Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini che penalizza con il carcere (da 6 a 20 anni) il consumo di tutte le sostanze, senza distinzione, dalla cannabis all’oppio, dall’ecstasy alla cocaina.

CONSIDERIAMO IPOCRITA l’alternativa di una cura pressoché coatta: ovvero il ricovero in comunità così ridotte a luogo di custodia più che di trattamento. In altre parole non possiamo condividere la torsione etica del diritto e la confusione fra la sfera legale e quella morale.

LA LEGGE IN QUESTIONE compromette il principio del «giusto processo » e il sistema delle garanzie trasformando, in nome di una visione farmaceutica del diritto, il possessore in spacciatore. Ove venisse approvata, produrrebbe danni sociali superiori al consumo delle sostanze stesse e determinerebbe uno strappo alla convivenza civile.

CONSAPEVOLI che una concezione liberale della società non possa essere solo proclamata, ma debba inverarsi nella concretezza dell’agire pubblico, vogliamo affermare con questo Manifesto una politica ragionevole e realistica sulle droghe.

DIAMO VITA quindi alla Società della ragione, un movimento di spiriti liberi, dalle differenti convinzioni politiche e culturali, appartenenti a schieramenti politici diversi.

INTENDIAMO RESPINGERE l’oscurantismo, l’intolleranza, la criminalizzazione dei comportamenti, e proporre soluzioni coerenti con le sperimentazioni e le esperienze innovative in atto in molti paesi d’Europa, dalla Svizzera, alla Germania, dall’Olanda alla Spagna, alla Gran Bretagna.

Gad Lerner, Sergio Scalpelli, Luigi Manconi, Alfredo Biondi, Chicco Testa, Riccardo Chiaberge, Armando Massarenti, Gaetano Quagliariello, Marco Taradash, Piero Ignazi, Massimo Teodori, Daniela Dawan, Toni Muzi Falconi, Manitta Camerini, Ivan Novelli, Pippo Onufrio, Alberto Mingardi, Maurizio Baruffi, Franco Corleone, Vincenzo Siniscalchi, Renato Borzone, Marco Lion, Fiorello Cortiana, Silvio di Francia, Roberto Della Seta, Pierluigi Winkler, Uwe Staffler, Andrea Bianchi

Per aderire bisogna collegarsi a http://www.societadellaragione.it/sdr

------------------------------------------------------------------

* ROSA NEL PUGNO

SCUOLA PUBBLICA, SCUOLA PUBBLICA, SCUOLA PUBBLICA.

di Giuliano Guidi da http://groups.yahoo.com/group/radica 6/02/06

Questo è stato ed è lo slogan del buon Boselli. Detta così a noi radicali non piace, cerchiamo di capirne di più. Boselli con questo slogan intendeva richiamarsi allo slogan di Blair "Education, education, education" che tradotto in italiano suona come "Istruzione, Istruzione, Istruzione" e non "Scuola pubblica" tra l'altro in inglese le "Public schools" sono le scuole private, le altre sono le "State schools". per dirla tutta per noi liberal-socialisti lo stato liberale deve garantire l'istruzione ai propri cittadini, ma non necessariamente attraverso la scuola di stato. In uno stato liberale una soluzione tipo "buono scuola" che il cittadino possa spendere presso la scuola che più gli aggrada è un buona soluzione del problema dell'istruzione (education).

Ma possiamo definire l'Italia uno stato liberale?

Certamente no.

L'Italia repubblicana è nata come stato postfascista (la democrazia ce l'hanno imposta gli "alleati" con le armi) che dal fascismo ha ereditato quasi tutto, l'organizzazione statale, il codice Rocco, l'economia a partecipazione statale (IRI ENI FIAT ecc.), il wellfare (INPS e annessi), ordini e corporazioni (senza i fasci), il potere Vaticano del concordato (senza il contropotere del PNF), la occupazione dello stato da parte dei partiti politici, sindacati e patronati come enti di parastato e potrei andare avanti, ma non voglio deprimervi oltre.

La scuola dell'Italia repubblicana era nient'altro che la scuola fascista della riforma Gentile del 1923, un scuola selettiva , nozionista e di classe. Nella scuola (e non solo) i nodi sono venuti al pettine negli anni 60. Una scuola come quella non era più sopportabile ed ecco sorgere il movimento degli studenti, la contestazione dell'esistente in nome di una scuola diversa, antiautoritaria e critica, in opposizione al nozionismo ed al bigottismo.

Il movimento studentesco del 68 negli anni successivi prese altre strade, per la totale mancanza di cultura liberale nel nostro paese, sino a degenerare, ma tralasciamo perchè questo è ancora un altro discorso.

Quello che volevo sottolineare è che l'assenza totale di cultura liberal-socialista in questo paese (non è un caso che subito dopo il fascismo l'Italia ha avuto il più forte partito comunista ed il più forte partito confessionale dell'occidente) ha impedito riforme democratiche ed innovatrici anche in campo scolastico.

Ad oggi abbiamo a che fare con un scuola di stato allo sfascio in tutti i suoi ordini e gradi. Studenti ignoranti come capre, insegnanti demotivati mal pagati e spesso impreparati (o castigati se s'impegnano), una università che respinge i giovani di valore premiando lecchini e portaborse dei vari baroni, la ricerca inesistente.

A questo aggiungiamo la fuga dalla facoltà scientiche (5 matricole di ingegneria a Pavia quest'anno) e l'affolamento di facoltà del cazzo che si occupano di pubblicità o psicicologia (per le femmine). Nelle graduatorie europee la scuola di stato italiana è all'ultimo posto.

Questa bella analisi dovrebbe essere un inno alla scuola privata, ma non è così, il problema è sempre quello, siamo in Italia, nel nostro paese (colonia vaticana) scuola privata è sinonimo di scuola confessionale. Anche le scuole dei preti, pur essendo più "ordinate" non brillano per la formazione che forniscono, e sono un altro elemento di arricchimento indebito ed egemonia culturale clericale. Delle scuole private laiche non varrebbe neanche la pena di parlarne, spesso trattasi di diplomifici (recupero anni) a parte qualche lodevole eccezzione tipo Radio Elettra Torino negli anni 50-60 (anche Bossi si è diplomato a Radio Elettra). Forse si salvano alcune università "private" che organizzano soprattutto "master".

E allora se vogliamo cimentarci con quel castello di carte che è la scuola di stato italiano lanciamo pure la battaglia "Scuola pubblica, Scuola pubblica, Scuola pubblica", ma colla coscienza della difficoltà di questa battaglia e che il piano del confronto non sarà tanto quello dei fondi dedicati alla scuola quanto quello di una battaglia ideologico-culturale che deve investire tanto la classe insegnante che gli studenti.

------------------------------------------------------------------

* TAVOLO PERMANENTE DEI LIBERALI VENETI

RIUNIONE DI SABATO 4 FEBBRAIO 2006

Da http://venetoliberale.ilcannocchiale.it/ 4/02/06

Si è svolta a Padova la nuova riunione del “tavolo permanente dei liberali veneti”

Il coordinatore Michele Marchioro ha salutato la presenza di Carlo Cappellari del PLI Veneto e di Carlo Manera, esponente del FUORI e già aderente ai radicali italiani.

Il progetto di un soggetto liberale unitario in Veneto non solo è necessario ma è possibile. A) Il malumore all’interno del PLI per l’ipotesi di una candidatura anonima all’interno di una lista di ex democristiani e di ex socialisti, dopo il rifiuto di repubblicani e riformatori all’appello del segretario De Luca. B) Il malessere all’interno di Italia dei Valori conseguente ad una crisi del carisma di Di Pietro C) un certo sbandamento tra i seguaci di Mario Segni per la poca incisività delle scelte politiche D) il nocciolo duro dei radicali, ridotto ai mini termini per la contraddittoria scelta del cartello elettorale denominato “Rosa in Pugno” E) la trasformazione di “Veneto liberale” da federazione a semplice associazione che così ha sgomberato il campo da qualsiasi sospetto di pretesa egemonica.

Questi sono solo alcuni dei segnali che indicano una certa vivacità nell’area liberale, vivacità che potrebbe essere ben investita nel progetto prima di una “Costituente liberale in Veneto” e poi sperare che l’esperienza possa essere imitata, subito dopo, in Lombardia, in Piemonte e in altre regioni. Questo sarebbe l’ottimo percorso affinché la “Costituente liberale nazionale” possa essere un appuntamento che dia vita ad un partito “di” liberali federale, però dopo l’appuntamento elettorale della prossima primavera.

La tregua tra i liberali (infatti i liberali hanno fatto scelte diverse ma questo non giustifica tacciare gli altri di essere “falsi” e considerarsi gli unici “veri”), almeno in Veneto, è praticabile.

Trovare un minimo comun denominatore tra liberali è il lavoro che il “tavolo” affronterà nelle prossime settimane. Verrà fatto circolare un progetto di “Manifesto” affinché tutti possano dire la propria. Il contenuto del progetto di “Manifesto”, al momento, è al 90% quello elaborato dalla Federazione dei Liberali con l’eliminazione della parte con cui strumentalmente la FdL aveva tentato di aggregare persone al proprio progetto. Per il 10% è il minimo comun denominatore che lega, attualmente, i partecipanti al “Tavolo permanente dei liberali veneti”

Infine, Michele Marchioro ha informato i presenti sullo stato delle elezioni amministrative della prossima primavera, in quanto il “Tavolo” ritiene importante la presenza di attivisti liberali all’interno delle amministrazioni locali. Interessante sarebbe la presenza liberale ad Abano e a Montegrotto Terme. Per quanto riguarda le altre località, ove vi saranno elezioni amministrative, sarà molto difficile una presenza liberale per la mancanza di presupposti minimi, come sarebbe la presenza di un consistente gruppo di attivisti.

I partecipanti al “Tavolo permanente” si rincontreranno sabato 25 febbraio non solo per esaminare il contenuto del “progetto di Manifesto”, ma anche l’esito del congresso dello SDI-Rosa in Pugno e l’esito del Consiglio Nazionale del PLI del 18 febbraio. (bl)

------------------------------------------------------------------

* SULLO SCIOPERO DEL VOTO

LIBERALI, NON ANARCHICI

di Livio Ghersi da www.liberalcafe.it 7/02/06

Purtoppo, anche nelle prossime elezioni politiche del 9 aprile 2006, non potrò avere il piacere di votare per candidati dichiaratamente liberali in una lista dichiaratamente liberale.

Vedo che il mio disagio è condiviso da tanti liberali che, come me, ogni tanto mettono il loro messaggio in un’ideale bottiglia e lo lanciano nel mare di internet, nella speranza che qualcuno lo raccolga. L’ottimo Lamedica di “Veneto liberale”, ad esempio, teorizza lo “sciopero del voto”. Va bene che i liberali sono libertari e quindi hanno pure qualche affinità con gli anarchici, ma non staremo esagerando? Bagatin, nel suo articolo “Uno scottante quesito”, esordisce affermando che mai e poi mai voterà per l’Unione di Prodi, pur definendosi “di sinistra” e pur qualificandosi “liberalsocialista”.

Conosco bene il vezzo di giocare ai “puri e duri”, un gioco in cui vince chi si dimostra più nobilmente disinteressato di chiunque altro: gli altri sono disposti a scendere a compromessi, ma chi aspira al titolo di più puro no, lui serve l’ideale con assoluta intransigenza. Anch’io tante volte ho praticato in passato questo gioco. Ora che i pochi capelli che mi sono rimasti sono bianchi, mi è venuto a noia.

Scriveva Piero Gobetti che “la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio” (ne l’”Elogio della ghigliottina”). Il dannunzianesimo, nel senso in cui lo richiamava Gobetti, ignora la sostanza delle cose ed attribuisce rilevanza solo al modo in cui si appare: il piacere della bella frase, del bel gesto, fini a se stessi. Ma la politica è una cosa; l’estetica, e per di più un’estetica decadente, è altra cosa.

Le prossime elezioni politiche non sono il giudizio universale e, comunque, sopravviveremo anche se alcuni liberali faranno lo sciopero del voto. Sono però elezioni davvero importanti, anche perché il nuovo Parlamento sarà subito chiamato ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

Io non desidero che Berlusconi torni a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri; meno che mai auspico che possa diventare Capo dello Stato. Non perché demonizzi la persona Berlusconi, il quale, al contrario, spesso mi diverte durante le sue apparizioni televisive. Il problema, appunto, è che un uomo su cui ricadono responsabilità di Stato deve essere qualcosa di diverso da un intrattenitore televisivo.

Noi liberali italiani – tutti i liberali, anche quelli “di sinistra” – conserviamo devota memoria degli uomini della Destra storica, il partito di Cavour: Silvio Spaventa, Quintino Sella, Marco Minghetti, eccetera.

Senso dello Stato, Stato di Diritto, laicità dello Stato, buona amministrazione, lotta agli sprechi: questo, in pillole, il programma della Destra storica. Ma anche il liberal-democratico Giolitti, a dispetto di quanto ne scrisse Salvemini, era uomo di costumi austeri ed era un buon “servitore” dello Stato. Consiglio, in proposito, il libro “Il ministro della buona vita”, scritto da Giovanni Ansaldo.

Berlusconi non ricopre con dignità la sua carica istituzionale: un Presidente del Consiglio non può permettersi di entrare quotidianamente in polemica con altri poteri dello Stato. Non può affermare pubblicamente che i magistrati indagano a senso unico. Se vincesse le elezioni – dopo aver assunto una posizione di contrapposizione frontale nei confronti del potere giudiziario – egli potrebbe davvero fare tutto. Potrebbe affermare che il consenso democratico dei cittadini lo legittima a fare un grande “ripulisti” fra i magistrati. Che poi significherebbe fare in modo che la magistratura non disturbi più il potere Esecutivo e sia docilmente sottomessa. Per ciò che vedo, siamo veramente all’emergenza democratica.

Se non si difende il principio della separazione dei poteri, che liberali si è? Oggi avverto il dovere civico di andare a votare e di votare affinché gli attuali governanti passino la mano. Quindi, comunque, voterò per la coalizione dell’Unione.

Prodi non mi entusiasma, ma, nelle circostanze date, lo scelgo come meno peggio. Che poi l’Unione abbia mille contraddizioni, è perfettamente vero. Come è vero che avrà difficoltà a governare.

Poiché il meglio è nemico del bene, il buon senso consiglia di perseguire un obiettivo per volta: intanto oggi Berlusconi se ne deve andare, a casa, a godersi il meritato riposo.

Se a qualcuno interessa come voterò, al momento sono ancora incerto fra due possibili opzioni: o la lista “Rosa nel pugno” di radicali e SDI, oppure la lista “Italia dei Valori” di Di Pietro. Nessuna delle due scelte mi soddisfa appieno: votando “Rosa nel pugno” contriburei all’elezione di parlamentari sicuramente attenti alla problematica della difesa delle libertà individuali e dei diritti civili e sostenitori della laicità dello Stato. Votando “Italia dei Valori” contriburei all’elezione di parlamentari che mi aspetto impegnati a difesa dell’etica pubblica, contro la corruzione, contro l’uso clientelare della spesa pubblica, contro le pretese degli apparati politici di avere quote sempre maggiori di finanziamento pubblico. Entrambe queste problematiche, laicità dello Stato e etica pubblica, sono parti integranti di una cultura politica liberale. Peccato siano rappresentate da partiti diversi.

In ogni caso questa volta non voterò per le liste dell’Ulivo, cioè del cartello fra Democratici di Sinistra e Margherita. Non mi piacciano i ceti dirigenti di questi partiti e soprattutto non condivido la prospettiva del Partito democratico.

Non si vede perché la società italiana debba adattarsi agli schemi politici degli Stati Uniti, con due soli partiti: uno democratico, appunto, e l’altro repubblicano. Preferisco che l’offerta politica resti più ampia.

Il Partito liberale, quale io auspico rinasca, dovrebbe collegarsi, per convinta scelta, con i liberali europei dell’Alde, cioè con i liberali tedeschi della FDP, con i liberal-democratici inglesi, con i liberali olandesi, danesi, eccetera. Quindi, avrebbe una propria collocazione tra le famiglie europee, distinta tanto da quella del Partito popolare europeo, quanto da quella del Partito socialista europeo.

Per quanto concerne la politica interna, il Partito liberale, quale io auspico rinasca, dovrebbe mantenersi sempre in posizione autonoma, tanto rispetto all’attuale coalizione di Centro-Destra, quanto all’attuale coalizione di Centro-Sinistra; e scegliere, elezione dopo elezione, con chi allearsi, in relazione agli obiettivi programmatici.

La nuova legge elettorale proporzionale – pessima per la mancanza del voto di preferenza – consente di presentarsi al di fuori delle coalizioni: basta superare il quattro per cento dei voti in ambito nazionale. Ciò significa – tenuto conto del dato numerico dei voti validi espressi nelle elezioni politiche del 2001 – circa un milione e cinquecentomila voti. Un risultato assolutamente alla portata sia del vecchio PLI, sia del vecchio PRI. Anche sotto questo profilo, non concordo con l’ottimo Lamedica, per il quale il sistema maggioritario uninominale all’inglese è un dogma di fede. La mia legge elettorale ideale resta sempre quella tedesca. Ma le leggi elettorali, comunque, si scelgono e si cambiano secondo le condizioni storiche. Purché siano tecnicamente ben congegnate e non siano impresentabili, quale quella che il Centro-Destra ha partorito.

L’obiettivo per il prossimo futuro è chiaro e va perseguito con tenacia e coerenza: ricondurre in un’unica organizzazione partitica tutti gli italiani che sono orgogliosi di fare parte della famiglia liberale europea e che nel contempo hanno a cuore le sorti dello Stato italiano unitario; che vogliono una società aperta che promuova i meriti, le capacità e la creatività, così come sono determinati a contrastare le corporazioni, i privilegi, il parassitismo.

Auspico che, in prospettiva, in questa nuova formazione liberale autonoma possa riallacciarsi il rapporto sia con l’attuale Partito repubblicano di La Malfa e Nucara, sia con Stefano De Luca e gli altri amici che, finora con scarso successo, hanno cercato di riorganizzare il Partito liberale. Ora loro sono schierati nel Centro-Destra, ma la sconfitta di Berlusconi rimetterebbe in movimento l’intero scenario politico.

Per riunificare i liberali italiani servono spirito ecumenico, pazienza, disponibilità a compiere passi indietro. Le vestali della purezza ideologica hanno stancato. In particolare, a Morelli ed agli altri amici della Federazione dei Liberali raccomando di dismettere la “via giudiziaria” al liberalismo, perché la difesa della parola “liberale” in Tribunale, quasi fosse un marchio, non porta politicamente da nessuna parte e induce soltanto tristezza.

------------------------------------------------------------------

* LO SCIOPERO DEL VOTO E’ UN ATTO DA LIBERALI

IL LIBERALISMO NON È UNA IDEA “ESAGERATA” DEI LIMITI ALLA LIBERTÀ

di Giuseppe Lamedica da www.liberalcafe.it 8/02/06

Concordo pienamente con l’obiettivo di fondo indicato da Livio Ghersi nel suo “pezzo” intitolato “liberali, non anarchici”.

Scrive Ghersi: “L’obiettivo per il prossimo futuro è chiaro e va perseguito con tenacia e coerenza: ricondurre in un’unica organizzazione partitica tutti gli italiani che sono orgogliosi di fare parte della famiglia liberale europea e che nel contempo hanno a cuore le sorti dello Stato italiano unitario; che vogliono una società aperta che promuova i meriti, le capacità e la creatività, così come sono determinati a contrastare le corporazioni, i privilegi, il parassitismo.”

In poche parole ha indicato quel minimo comun denominatore che dovrebbe unire i liberali che hanno la consapevolezza di essere antagonisti dei conservatori.

Ecco, proprio le argomentazioni di Ghersi, mi convincono ulteriormente della possibilità di un lavoro politico comune tra chi, in questa contingenza, sceglie di stare con il centrodestra o con il centrosinistra e chi non vuole essere un portatore di voti agli uni o agli altri. Ogni scelta ha pari dignità.

Non si diventa conservatori se da liberali si preferisce, quale meno peggio, Berlusconi e i suoi amici, né si diventa socialisti se da liberali si preferisce, quale meno peggio, Prodi ed i suoi amici. E non si è anarchici (o, peggio qualunquisti) se da liberali si è stufi di turarsi il naso al momento di esercitare il proprio diritto di voto e si preferisce confondersi con i cittadini che si rifiutano di votare.

Il voto, per i liberali, è un diritto che serve per premiare chi ha servito meglio gli interessi e i valori che fanno riferimento alle libertà individuali. E se nessuno merita il premio non lo si deve sprecare “turandosi il naso”.

Lo sciopero del voto non è un comportamento dannunziano, ma è una fredda scelta politica. Proprio “L’elogio della ghigliottina” di Gobetti insegna che i regimi illiberali riescono ad apparire ai più in modo diverso da quello che in realtà sono. In Italia, ad avviso del sottoscritto – e sul punto non è del tutto solo - non abbiamo una democrazia liberale ma un regime partitocratrico (in cui, come ricordava una decina d’anni fa Giuliano Amato, si è coniugato al plurale il regime che il fascismo aveva coniugato al singolare) che non è riformabile.

La prova più lampante del tipo del regime di cui siamo vittime è proprio la nuova legge elettorale che sottrae ai cittadini la scelta dei deputati e dei senatori. Naturalmente la illegittimità delle prossime elezioni politiche non dipende solo dalla legge elettorale ma anche dalla mancanza del rispetto del principio costituzionale riguardante la pari dignità delle forze politiche concorrenti.

Basta scorrere i dati delle presenze nei notiziari televisivi, ad esempio di Italia dei Valori in confronto ai DS. Nel corso dello scorso mese di gennaio Italia dei Valori ha avuto appena 2 comparse contro le 54 dei Democratici di Sinistra nei telegiornali del primo canale Rai.

Inoltre, ad avviso del sottoscritto e dei suoi amici, l’impermeabilità al liberalismo delle due coalizioni comporterà un immobilismo conservatore a livello governativo, indipendentemente da chi risulterà vincitore il 9 aprile (anzi il 9 e 10 aprile, perché per contrastare l’astensionismo temuto non solo si è introdotto nella nuova legge il “dovere civico” del voto ma si è deciso di prolungare il tempo per votare).

Ed allora lo sciopero del voto è un mezzo per contrastare questo regime, per sottrargli consensi perché qualsiasi regime si sfalda se venga a mancare una consistente quota di consensi. Anche Giovanni Sartori ce lo ricordava nel 1997.

Altro che “anarchico” lo sciopero del voto, è l’analogo del diritto alla rivolta di tradizione liberale. L’anarchia è una idea “esagerata” della libertà ma il liberalismo non è una idea “esagerata” dei limiti alla libertà.

------------------------------------------------------------------

* SUL CONGRESSO DELLO SDI

R.I.P.: ROSA IN PUGNO O....?

da http://groups.yahoo.com/group/liberali_veneti 5/02/06

Il IV congresso dello Sdi svoltosi a Fiuggi si è concluso, come previsto. I socialdemocratici di Boselli aderiscono al cartello elettorale con i radicali italiani sotto il simbolo della "Rosa in Pugno".

L'intervento di Emma Bonino è stato salutato da fragorosi applausi. E' lo statista che meriterebbe il sostegno di una forza politica molto, ma molto più grande. Anzi questo rende manifesto lo stato pietoso del nostro sistema politico che riesce a far emergere personaggi ridanciani o piagnoni, ma non statisti.






Questo Articolo proviene da Stringiamo un Patto
http://www.pattoveneto.it

L'URL per questa storia è:
http://www.pattoveneto.it/modules.php?name=News&file=article&sid=243